resistenzainternazionale

Promossi alla scuola degli asini

In Editoriali on 01/06/2013 at 07:04

di Nicola Melloni

da Liberazione

Nuntio vobis gaudium magnum! L’Italia è un paese virtuoso, il deficit è finalmente sotto controllo. Dunque il tanto atteso esame è stato superato, anche se non a pieni voti. I sacrifici, l’austerity sono dunque serviti a qualcosa.
O forse no. Il deficit è stato ridotto, vero, ma con una cura da cavallo. L’economia è in recessione, il debito è aumentato, così come disoccupazione e povertà. E per che cosa? Per rispettare i parametri assurdi di Bruxelles? Per accontentare qualche burocrate? Per soddisfare le voglie ideologiche degli Alesina di turno?
Il punto principale è che il deficit è l’indicatore più sbagliato per misurare la virtuosità di un paese. La presenza o meno del deficit non ha nulla o quasi da dire sulla stabilità delle finanze pubbliche e tantomeno sulla capacità di uno Stato di ripagare il debito. Il deficit, invece, è un indicatore dell’andamento macroeconomico generale: cala durante le fasi di espansione economica (quando la base fiscale aumenta e la spesa per gli ammortizzatori sociali diminuisce), aumenta durante la recessione (quando invece la base contributiva diminuisce mentre lo Stato spende più, ad esempio finanziando la cassa integrazione). Non solo: il bilancio del settore pubblico è, fondamentalmente, lo specchio del bilancio di quello privato. Quando l’economia cresce le imprese tendono ad indebitarsi per finanziare gli investimenti mentre lo Stato risparmia; al contrario durante la crisi il settore privato ha necessità di ridurre la propria esposizione, cominciando a risparmiare. In quei momenti, dunque, il deficit diventa fondamentale, perché riequilibra l’intera contabilità nazionale, i risparmi in un settore corrispondono a spese nell’altro. Mentre gli investimenti privati (e consumi) sono in calo, la spesa pubblica in espansione sostiene la domanda aggregata, evitando l’avvitarsi della recessione.
A questo ragionamento si potrebbe opporre il fatto che in Italia il deficit è stato spesso slegato dall’andamento dell’economia reale, almeno per quanto riguarda le fasi di espansione, quando invece di effettuare risparmi lo Stato continuava ad indebitarsi. Ma sarebbe una analisi fuorviante: negli anni della Seconda Repubblica la crescita economica è stata bassissima e ciò nonostante il governo ha ottenuto avanzi primari (la differenza tra entrate ed uscite prima della spesa per interessi) in tutti quegli anni – spesso con finanziarie lacrime e sangue che deprimevano l’economia reale. Il vero problema dell’Italia è la presenza di un debito molto alto per mantenere il quale c’è una eccessiva spesa per interessi che ovviamente va a pesare sul deficit.
Pensare di risolvere adesso questo problema è però assurdo. Per ritornare a Keynes, non può essere certo il periodo di recessione quello in cui rimettere in ordine i conti – tanto più, come abbiamo visto, quando un minore deficit non ha nessun effetto positivo sul rapporto debito/Pil a causa della recessione economica. L’Unione Europea sta imponendo ai paesi membri il rispetto di parametri che sono l’esatto opposto di quelli che dovrebbero avere. Obbligare i Piigs ad abbassare il deficit durante la recessione vuole semplicemente dire costringerli a peggiorare l’andamento economico, cioè la Ue premia i paesi in cui l’economia cala e la disoccupazione aumenta. Si tratta di una scuola dove si promuovono gli asini.

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  1. La UE premia L’Italia.
    L’Europa chiede di ridurre il deficit ma non spiega come. Per non ingerire negli affari nazionali, lascia ai politici piena libertà di agire.
    In concreto, cos’è un deficit ? Semplice: il paese spende più di quello che produce, ed i
    politici, irresponsabili e chiacchieroni, invece di ridurre i loro scandalosi privilegi, aumentano le tasse ai cittadini.
    Quindi, il disastro italiano non è colpa della UE, ma di un sistema burocratico e tiranno che da sempre impera nel Bel Paese.
    – da COCOMIND.com La voce del dissenso

    • Mi sembra una riduzione semplicistica della realta’. Il deficit vuol dire spesa ma anche investimento, la burocrazia puo’ centrare come no. Nella spesa pubblica ci sono ad esempio gli ospedali, che paghiamo con i soldi delle tasse. Spendiamo troppo in ospedali? Direi di no, visto che la spesa procapite in sanita’ e’ nettamente piu’ alta nei paesi a sanita’ privata che immagino lei non definirebbe sistemi burocratici.
      Sulla natura del nostro deficit ci sarebbe per altro molto da discutere, derivando solamente, da almeno 20 anni, dai costi di gestione del debito e non da quanto spende il cosiddetto sistema burocratico. Ma la UE ha altre responsabilita’, e cioe’ il non capire quale deficit sia nocivo e quale invece sia indispensabile, a seconda del grado di sviluppo e della congiuntura economica. Fare di tutta l’erba un fascio non solo non aiuta a capire, ma paggiore la situazione.

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