resistenzainternazionale

Il PD alla deriva

In Da altri media on 26/04/2013 at 16:35

Proponiamo due articoli interessanti che esaminano l’evoluzione del PD e i risultati di una politica senza anima, ma basata ormai solo sul potere.
Nel primo pezzo, Massimo Villone parla della degenerazione del PD, ormai diviso in potentati locali, con sempre meno legami con la base e con sempre più personalismi.
Nel secondo articolo proposto, Donatella Della Porta traccia un interessante parallelo tra il PD ed altri partiti di sinistra che, ingabbiati in coalizioni con la destra e ormai concentrati solo al palazzo e non più alle istanze popolari, si condannarono ad un rapido declino: il PSI negli anni 60 (che vide il proprio sostengo dimezzarsi) ed il PASOK negli ultimi anni. Una lezione che non sembra il PD abbia imparato.

La Caporetto dei democratici
di Massimo Villone
da Il Manifesto

Non pochi a sinistra pensano che la crisi stia avendo lo sbocco peggiore. Quel che esce dalla debolezza del Pd e dalla sorda indisponibilità del M5s può solo destare amarezza in chi per un momento aveva intravisto uno scenario non privo di promesse.
Il centrodestra vince nel dopo-partita quel che il popolo sovrano aveva negato nelle urne.
La crisi del Pd. Un tempo sarebbe stato impensabile per un partito bruciare il segretario e poi vedere in pista il vice.  Oggi, si procede come se fosse un normale avvicendamento. In realtà, lo ha spiegato Bersani stesso, nell’ultima direzione Pd, parlando di personalizzazione estrema, anarchismo, feudalesimo.Tutto vero. Ma non lo sapevamo già?
Il copione di queste settimane si scrive da almeno un ventennio. Dal ciclone dei primi anni novanta non si è mai inteso uscire ripulendo, ammodernando e rafforzando i partiti come strumenti indispensabili di una democrazia davvero partecipata. Sono state invece cercate vie alternative, che in particolare conducessero alla legittimazione popolare degli esecutivi. Non sfugge a nessuno come elezioni formalmente o sostanzialmente dirette e premi di maggioranza abbiano tolto significato alla rappresentanza politica e abbiano svilito la funzione delle assemblee rappresentative, un tempo naturale palestra per i partiti e per la formazione del ceto politico. È un paradosso che da tante parti si lamenti l’esito elettorale in Senato, e assai poco si noti che la governabilità alla Camera viene assicurata da una legge elettorale in forte odore di incostituzionalità. Una legge che ha tradotto un pugno di voti di vantaggio per la coalizione vincente in un vasto margine di seggi, espungendo al tempo stesso dall’assemblea forze pur sempre significative. Come se bastassero i numeri per governare un paese. Chi e cosa rappresenta davvero un’assemblea così costruita?
Qui vediamo un cedimento culturale della sinistra. Ha avuto per lungo tempo nel suo dna la centralità delle assemblee e della rappresentanza politica. Alla fine, non ha saputo difendersi. In questo paese, la destra ha vinto, prima che nei voti, imponendo una cultura politica che buona parte della sinistra ha finito con l’accettare. Con una variante che ne aggrava gli effetti negativi. L’investimento sulle autonomie fatto nel corso degli anni novanta nella illusione di rilegittimare il sistema politico ha – anche per alcuni macroscopici errori fatti nella riforma del titolo V della Costituzione – indebolito lo Stato, che appare oggi forte solo per lo schermo dato dalla crisi della finanza pubblica. Con una perversa sinergia tra localismo e personalizzazione, sono nate repubblichette regionali i cui primi attori sono sindaci e governatori. Le vittime di questa evoluzione sono stati i partiti nazionali e i loro gruppi dirigenti. Non possiamo meravigliarci se oggi siamo circondati da cacicchi.
Ma tutto questo Bersani non lo sapeva? Certamente sì. La sua stessa elezione a segretario è avvenuta con il sostegno di una galassia di potentati locali. Identica vicenda per gli altri componenti del gruppo dirigente. Ciascuno ha il suo seguito in periferia, e il partito è infine una sommatoria dei seguaci di questo o di quello. Era poi evidente che scegliere le primarie per gruppi dirigenti e ceto politico avrebbe inevitabilmente scatenato il conflitto interno tra fazioni e accresciuto il localismo e la frammentazione. Più ancora, la primaria aperta nega qualsiasi concetto di partito organizzato. Perché dovrebbe un iscritto impegnarsi quotidianamente se non sa quanto il suo voto varrà nei momenti decisivi della vita del partito? Nulla è stato fatto per prevenire o evitare il disastro, e niente accade per caso.
Ora, il centrodestra già alza la posta per lucrare sulla vittoria. Se si forma il governo, è probabile un remake di vecchi film, anzitutto sulle «necessarie» riforme. Come se i venti anni trascorsi e l’ultimo turno elettorale non mostrassero che l’ingegneria istituzionale non garantisce buon governo e buona politica, in specie se volta ad avere un uomo solo al comando e un obbediente parco buoi nell’assemblea che vorrebbe dirsi rappresentativa. Risentiremo invece il mantra del rafforzamento di governo e premier, della legge elettorale che garantisca la governabilità, del senato regionale. Mentre avremmo bisogno di ricostruire partiti veri, di combattere la frammentazione localistica, di svelenire il sistema politico togliendo la droga del maggioritario.
Questo paese chiede con forza eguaglianza, diritti, solidarietà. Per questo, ha certo bisogno di un governo forte. Ma non di un governo reso forte con i deboli, e debole con i forti.

Il governo bunga-bunga e la protesta dentro il Pd

di Donatella Della Porta
da Sbilanciamoci.info

Che succede a un partito di centro-sinistra quando fa compromessi indecenti con la destra? L’abbandono della base e il declino elettorale sono le lezioni delle esperienze di Psi e Pasok
Mentre i vertici di Pd e Pdl cercano accordi di governo, attivisti del Pd in tutto il paese occupano sedi del loro partito, si autoconvocano, bruciano le loro tessere in pubblico o le restituiscono in privato. Se certamente l’oscenità di un governo del bunga-bunga a guida pidina è (o sarebbe?) circostanza storicamente unica, non è invece la prima volta che si formano, dentro e attorno a partiti di centro-sinistra, movimenti di opposizione a quelli che vengono considerati da chi protesta come compromessi indecenti, perché snaturanti rispetto a una identità sentita come collettiva.
Gli effetti di questi movimenti sono stati diversi, a seconda della loro forza nella base del partito così come della presenza di potenziali alleati ai vertici. Se talvolta quei partiti si sono infatti rinnovati, aprendosi alle domande dal basso, in altri casi c’è stata invece una chiusura, con almeno due effetti disgreganti: abbandono da parte degli attivisti delusi e declino in termini elettorali.
La perdita degli attivisti – spesso considerati con fastidio dai vertici – ha in genere conseguenze nefaste per l’organizzazione, abbassando le barriere rispetto alle motivazioni opportunistiche di chi entra in politica per migliorare la propria condizione economica, e allontanando invece quelli che vedono nella politica un bene comune. Il caso che meglio illustra l’implosione del partito senza più attivisti è quello del Psi. La decisione di partecipare, nel 1963, al primo governo di centro-sinistra porterà, l’anno successivo, all’uscita dell’ala, minoritaria ai vertici, ma fortemente attiva, che fonderà il Partito Socialista di Unità Proletaria. Al declino elettorale (dal 20% del dopoguerra, il Psi si dimezzerà in termini elettorali), seguirà una profonda degenerazione del partito stesso, frammentato in protettorati di politici rampanti, in un contesto di corruzione sempre più diffusa, che minerà l’identità di sinistra del partito, fino alla sua scomparsa a seguito degli scandali emersi nel 1992. Come nel caso del Psi italiano, anche in quello del greco Pasok, il Partito socialista panellenico, lo spostamento a destra, fino al sostegno a un governo di grande coalizione, si è intrecciato a un crollo elettorale di dimensioni drammatiche. Un partito che aveva il 47% dei voti negli anni novanta raggiungerà appena il 12% nelle elezioni del 2012, passando da primo a terzo partito nel paese, mentre a competere con la destra resta la Coalizione della sinistra radicale, Syriza, che riuscirà ad occupare lo spazio abbandonato a sinistra dal Pasok.
Psiup e Syriza sono interessanti illustrazioni delle potenzialità in termini di politica elettorale che l’implosione dei partiti di centro-sinistra può aprire alla sinistra. Il Psiup ha rappresentato un onesto tentativo di difendere un’identità socialista di sinistra, con aperture ai movimenti che si svilupparono alla fine degli anni sessanta. Non a caso, il partito guadagnerà sostegno elettorale da quelle proteste, raggiungendo quasi il 5% alle elezioni politiche del 1968. La struttura organizzativa del partito rimarrà comunque ancorata a un centralismo democratico che ne limiterà la capacità di attrazione per gli attivisti dei movimenti, che nel frattempo sperimentano forme organizzative più decentrate e partecipate. Dopo l’insuccesso elettorale del 1972, il partito si dividerà infatti tra adesioni al Pci e allontanamenti dalla politica partitica verso quella dei movimenti.
Molto diversa sembra invece l’evoluzione di Syriza che, nata nella tradizione della sinistra radicale, si trasformerà profondamente dal punto di vista organizzativo, riprendendo dal movimento degli indignados istanze di orizzontalità, pluralità e inclusione dal basso. Il 27% degli elettori greci voterà Syriza nelle seconde elezioni del 2012 (erano stati solo il 4,6% nel 2009), premiando non solo una coerente opposizione alle politiche di austerity, ma anche una trasformazione nelle forme e nei modi del far politica del partito, che lo porterà ad aprirsi ben al di là della tradizionale base dei partiti della sinistra radicale. Se è difficile dire in che misura il modello organizzativo proposto da Syriza sia applicabile al caso italiano, certamente le opportunità che il prevedibile declino elettorale del centro-sinistra, compromesso col Caimano, aprono a un’opposizione di sinistra non potranno essere colte senza una profonda trasformazione nella concezione stessa della politica.

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