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PD addio, ora che si fa?

In a sinistra on 21/04/2013 at 15:00

Dopo anni in cui PDS, DS e PD hanno illegittimamente occupato lo spazio a sinistra è finalmente saltato il tappo che conteneva il cambiamento. Grazie all’apparato, ai soldi, alla tradizione, gli eredi di PCI (e DC) sono riusciti a imporre un controllo quasi militare su quella parte politica che dovrebbe rappresentare i lavoratori e gli sfruttati, i poveri e i deboli, quelli che credono nell’eguaglianza e nella solidarietà, quelli che contestano il mercato come risolutore di tutti i problemi.
Lo hanno fatto anche – e forse, soprattutto – perchè l’offerta alternativa era pessima. Rifondazione Comunista era un ottimo progetto nel 92, ma viziata dal peccato originale di non aver visto l’adesione della sinistra del PCI, da Ingrao in giù, che tardò anni a rendersi conto di dove andava il PDS. Per non parlare della sinistra interna ai DS che aspettarono fino al 2008 prima di staccarsi. Sempre fuori tempo massimo. Intanto la segreteria di Bertinotti isolava la sinistra e si marginalizzava, puntava sui movimenti perdendo i voti in fabbrica. E pure il sindacato ha delle sue responsabilità storiche, alleato del governo amico o geloso della sua autonomia, senza capire che senza rappresentanza politiche anche i lavoratori sono più deboli.
Ora l’occasione è storica. La sinistra va rifondata. Il PD si è squagliato. Non si è squagliato per la fusione a freddo, che nessuno ha mai capito quale sia la diversa visione di società tra D’Alema e Veltroni, tra Letta e Bersani e giù scendendo: tutti insieme appassionatamente quando si trattava di tagliare le tasse dei ricchi, di dare i soldi alla scuola cattolica, di precarizzare il mercato del lavoro, di votare il fiscal compact. Si è liquefatto perchè le diverse anime non si sono mai messi d’accordo su come spartirsi il potere e i posti. Ognuno con le sue correnti, ognuno con i suoi amici. Un partito chiuso nel Palazzo che ha dimostrato in maniera quasi oscena quanto sia distaccato dai bisogni della gente.
Davanti a questo non possiamo davvero più aspettare. Si parli subito, si cominci subito a costruire la nuova sinistra. Sinistra del lavoro, sinistra dei diritti, sinistra dell’eguaglianza. Una sinistra che sia vera alternativa al liberismo, all’Europa dei mercati e dei burocrati, alla Germania dell’austerity e all’Italia del fiscal compact. Una sinistra unita dalle battaglie vere, che non decida le alleanze in base alla convenienze, ai calcoli elettorali e politicisti. E le battaglie sono lì, davanti a tutti. Da quella sull’acqua pubblica, vinta ma che non ha partorito nulla, con i promotori poi divisi tra loro. A quella sul referendum bolognese contro i finanziamenti alle scuole private – non a caso osteggiato dal PD. A quella prossima ventura sul referendum sul lavoro. Su questi temi concreti va costruita la prossima sinistra. Con quelli che ci stanno, e magari con un pò di facce nuove.

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