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La crisi e le banche centrali

In Capitalismo on 03/04/2013 at 08:16

di Nicola Melloni
da Liberazione

La settimana scorsa il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne ha presentato la sua quarta finanziaria, ancora una volta incentrata sull’austerity e sulla speranza, molto contro-intuitiva e finora contraddetta dai fatti, che i tagli di bilancio possano rilanciare la crescita. Insomma, nonostante il Pil sprofondi e il debito continui a salire, Osborne e il governo di coalizione si ostinano a perseguire la stessa strada finora percorsa. Allo stesso tempo però, il budget presentato dal Cancelliere ha introdotto una importante novità per quanto riguarda la governance della Banca d’Inghilterra.
La banca centrale del Regno Unito, come la Bce e la maggioranza delle banche centrali europee ha un solo vincolo di mandato, il mantenimento di un basso livello di inflazione – normalmente settato al 2%. Si tratta di una prassi basata su una dottrina molto consolidata nel mainstream macroeconomico, secondo cui solo la stabilità dei prezzi può garantire un corretto funzionamento dei mercati finanziari ed anche dell’economia reale. La stessa teoria che portò Jean Claude Trichet ad alzare i tassi di interesse nel mezzo della crisi del debito mentre mezza Europa era in recessione. Probabilmente una delle peggiori decisioni mai prese da un banchiere centrale – e che dimostra un ardore ideologico tale da far dimenticare quello che anche uno studente al primo anno di economia dovrebbe sapere: in recessione non si alzano i tassi di interesse. Tanto più che in realtà l’ossessione neoliberista con l’inflazione non è supportata da nessun dato reale. Non esiste nessuna prova che l’inflazione al due percento sia meglio che al tre o al quattro, e quindi il target per la crescita dei prezzi è deciso in maniera totalmente arbitraria. Di più: secondo tutti gli studi condotti, l’inflazione ha un impatto sicuramente negativo sulla crescita solo quando supera il 20% annuo. Questo ovviamente, non vuol dire che una inflazione elevata o anche solo media sia positiva per l’economia, ma suggerisce di certo che il controllo dei prezzi andrebbe mediato con altre variabili, quali ad esempio crescita e occupazione.
In questa direzione si è mosso il governo giapponese con il nuovo premier Abe che ha imposto un controllo politico sulla Banca del Giappone richiedendo espressamente un’inflazione più alta per stimolare la crescita attraverso iniezioni di liquidità. Ed inoltre alla Banca del Giappone è stato pure dato il compito di rilanciare la produzione industriale rendendo più competitive le merci giapponesi attraverso una svalutazione dello yen.
In una direzione simile, anche se con passi decisamente più timidi, si è mosso George Osborne con la riforma della Banca d’Inghilterra. Il governo inglese non rivendica, come quello giapponese, un vero e proprio controllo politico sulla politica monetaria, ma è intenzionato ad ampliare il mandato della banca centrale, modellandolo in sostanza su quello della Fed americana che, oltre all’inflazione è incaricata di tenere in considerazione anche crescita ed occupazione. Più in generale viene richiesto di collaborare con il governo per il raggiungimento di obiettivi economici condivisi.
Non è un passo da poco. In Italia, ad esempio, sui testi di economia, si glorifica tuttora il cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981 che ha portato ad un abbattimento costante dell’inflazione. Peccato che da allora anche la crescita sia diventata una chimera. Ed anche la Bce è stata costruita su un modello di politica monetaria totalmente autonoma e basata solo sul controllo dell’inflazione. L’indipendenza della banca centrale e dunque della politica monetaria risponde a due classiche teorie neo-liberiste: una, quella monetarista, spiega che l’impatto della moneta sull’economia reale è fondamentalmente nullo, concorre solo ad alzare i prezzi senza nessun effetto sulla crescita, tanto più se combinata alle cosiddette aspettative razionali (gli agenti economici capiscono immediatamente che stampando moneta si inflaziona l’economia e non modificano le loro decisioni di spesa ed investimento nemmeno nel breve periodo); l’altra colonna del pensiero neo-liberista è la cosiddetta public choice theory, secondo cui i politici sono interessati solo al proprio tornaconto (le elezioni) e non al bene pubblico. Sottrare loro la politica monetaria per affidarla ad una autorità indipendente vorrebbe dunque dire stabilizzare il ciclo economico ed evitare spese folli in vista delle elezioni per aumentare le possibilità di rielezione.
Peccato che in questa maniera si sia sottratta la politica monetaria al controllo democratico, lasciandola in mano di un manipolo di tecnocrati che, come la storia ha dimostrato, da Trichet a Greenspan, si sono dimostrati tutt’altro che competenti ed hanno contribuito in maniera catastrofica a fare impazzire i mercati finanziari, deprimendo nel frattempo la crescita. Non solo: la politica monetaria è stata implementata sotto l’influenza pressante dei grandi stakeholder del sistema finanziario, le banche private che più che essere controllate dalle banche centrali sono diventate attori protagonisti nelle scelte di politica economica. L’inflazione è stata sì tenuta sotto controllo (anche se è da verificare quanto sia stato il vero merito dei banchieri centrali rispetto, ad esempio, ai beni a basso costo provenienti dall’estremo Oriente) e di sicuro le grandi banche e l’intero sistema finanziario hanno fatto grandi profitti in questi trent’anni di egemonia neo-liberista. Allo stesso tempo, però, la crescita, in Italia, in Europa, in America, è stata assai più bassa che nei decenni (keynesiani) precedenti. La ricchezza si è spostata dal lavoro al capitale ed è notevolmente salita l’ineguaglianza. E, soprattutto, i mercati finanziari, teoricamente stabilizzati da politiche anti-inflattive e deresponsabilizzazione degli attori politici, si sono rivelati altamente instabili, fino alla disastrosa crisi attuale.
Ora governi di stampo conservatore, dal Giappone alla Gran Bretagna, stanno cominciando a ridiscutere il ruolo della politica monetaria nella composizione degli obiettivi di crescita dell’economia. E’ un segnale di un cambiamento nella giusta direzione. Peccato che in Europa ancora non ci sia alcun segnale di tutto ciò, mentre la sinistra di governo, in Italia come nel resto del Continente, rimane totalmente muta. Eppure, davanti ai drammatici fallimenti di questi anni, sarebbe davvero giunta l’ora di voltare pagina.

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