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Le banche dopo Cipro

In Editoriali on 30/03/2013 at 08:19

di Nicola Melloni
da Liberazione

Il giorno dopo tutti, o quasi, sembrano contenti. Cipro è rimasto nell’Euro; l’ennesimo colpo della crisi è stato, almeno per ora, scongiurato; Ue e Parlamento cipriota hanno trovato, in extremis, un accordo; e il contagio non è avvenuto. Non solo, per una volta la soluzione trovata ha avuto ampio appoggio anche da settori normalmente molto critici dell’operato della Trojka. Da un punto di vista della filosofia del piano di salvataggio, almeno per la parte che riguarda le banche, in effetti, sarebbe ingiusto non trovare alcuni punti positivi. Per una volta non si scaricano le colpe del sistema finanziario sulla fiscalità generale – tradotto, saranno le banche, i loro soci, investitori e creditori ad appianare le perdite. E’ bene chiarirci subito: i titolari di depositi altro non sono che creditori delle banche, hanno affidato i loro soldi ad un ente e, di conseguenza, godono di tutti i benefici e gli svantaggi annessi ad un prestito – compreso in effetti il rischio di perdere i soldi prestati secondo le normali procedure sulla bancarotta. Allo stesso tempo, però, i piccoli risparmiatori sono stati salvati e la garanzia sui depositi sotto i 100 mila euro è stata – tra molti affanni – confermata, salvaguardando dunque un pò di giustizia sociale e riaffermando il principio della progressività del prelievo anche in casi di ristrutturazione delle finanze private. Dunque, almeno in parte, si è cercato di combinare due principi: le banche devono essere in grado di amministrare il rischio di impresa e non possono più ripararsi dietro lo stato per essere salvate, e allo stesso tempo si cerca di fornire quel minimo di garanzie di stabilità, tanto sociale quanto finanziaria.
All’atto pratico, però, le cose non sono altrettanto semplici. Come è stato evidente nello svolgersi della crisi cipriota, questi principi non sono stati dettati da una strategia politica, quanto piuttosto imposti dagli eventi. In primo luogo l’economia di Cipro era davvero troppo piccola per poter pensare di coinvolgere la fiscalità generale – detto in altre parole non sarebbe bastata nemmeno un austerity alla greca per raccogliere i fondi sufficienti a salvare il sistema finanziario. Ed in secondo luogo la tutela dei più poveri è avvenuta solo dopo che Cipro aveva sostanzialmente deciso di lasciare l’Euro – cioè solo davanti al passo finale della crisi. Tutto bene quel che finisce bene, allora? Non proprio. Il nuovo modello di salvataggio – per dirla con il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem – richiede un piano ben più articolato di quello predisposto dalla Ue. Le ricadute sull’economia reale di questi tipi di bail in possono essere tragiche: se da un lato è vero che i consumatori vengono tutelati, è pur vero, dall’altra parte, che le riserve di liquidità delle piccole e medie imprese rischiano di essere mandate in fumo, decretando in molti casi il fallimento delle aziende con conseguenze gravissime per occupazione e crescita (a Cipro si prospetta una recessione nella misura del 10% per anno per almeno due anni: un cataclisma). A livello europeo, i depositi non assicurati rappresentano una parte sostanziale della finanza delle banche, circa il 30% del totale, una cifra che rischia di destabilizzare il sistema bancario e l’intera Eurozona – basti pensare quali potrebbero essere le conseguenze sull’attività economica di movimenti di capitale riguardanti anche soltanto una frazione di quei depositi. Gli investimenti nei paesi della periferia rischierebbero di scomparire dato il rischio inerente di mantenere denaro nelle banche dei Piigs – via il denaro, via i prestiti, via gli investimenti. Cioè, crisi economica ed elevati tassi di interesse. Introdurre un sistema di sanzione delle banche senza una vera unione bancaria vuol dire, in realtà, destabilizzare ulteriormente le finanze dei paesi più deboli.
A Cipro, per cercare di salvare il salvabile, sono stati introdotti controlli sui movimenti di capitale. Anche in questo caso, si tratta, a livello teorico, di uno sviluppo interessante – indubbiamente è venuta finalmente l’ora di ridiscutere la libertà di movimento dei capitali. Ma se questo è vero a livello internazionale, l’introduzione di restrizione ai movimenti di capitali dentro la Ue equivarrebbe ad un de profundis per l’Europa. Fino ad ora la Ue è stata un’area economica unica – ed infatti alla libertà di movimento dei capitali è corrisposta pure, caso unico, la libertà di movimento dei cittadini. Inevitabilmente, con controlli sui capitali, verrebbero introdotte limitazioni anche sulla mobilità del lavoro per evitare rischi di emigrazione di massa – non proprio un caso da escludere se guardiamo a quello che è successo negli ultimi anni non solo nei piccoli paesi baltici, ma anche in Portogallo. Sarebbe, in breve, la fine dell’esperimento europeo. Che ha bisogno, invece, di più unità politica per salvarsi. Fino a quel momento, nessun tentativo di soluzione della crisi sarà coerente e, anzi, conterrà in se stesso i presupposti del fallimento.

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