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Torino, metonimia per PD Di Simone Rossi 

In a sinistra on 22/03/2013 at 18:17

Recentemente ho appreso dell’esistenza di una collana dedicata alle principali città italiane e pubblicata dall’editore romano Castelvecchi sotto il titolo “Chi comanda…”. Uno dei primi saggi lanciati dall’editore è “Chi comanda Torino” a cura del giornalista Maurizio Pagliassotti, la cui prima edizione è apparsa nella primavera del 2012. Pur trattando delle vicende istituzionali e di cronaca a politica del capoluogo sabaudo negli ultimi venti anni, questo saggio può avere un interesse generale per comprendere cosa sia o sia stato il Partito Democratico fino all’esito delle recenti elezioni legislative; la valenza nazionale di queste vicende non è limitata al fatto molte figure di calibro nazionale della Sinistra comunista e post tale, da Gramsci a Fassino, avessero mosso i propri passi a Torino, ma risiede nella collocazione al Centro, politicamente parlando, che la dirigenza locale ha scelto fin dagli anni successivi allo scioglimento del PCI. Un pionierismo che si riscontro anche nelle vicende giudiziarie collegate alla realizzazione del Centro Commerciale ‘Le Gru’ che coinvolsero il PDS nella città di Grugliasco, omologo torinese di Sesto San Giovanni.

Porsi la domanda di chi regga le leve del comando a Torino è un esercizio quanto mai importante alla luce delle trasformazioni cui la città è andata incontro a partire dalla metà degli anni ’80. Polo industriale per oltre un secolo, con una forte specializzazione nel settore metalmeccanico, il capoluogo sabaudo ha conosciuto una forte fase di de-industrializzazione negli ultimi due decenni del XX secolo con strascichi nel nuovo millennio; amministrare la città, avere il controllo sulle sue istituzioni ha significato determinare quale indirizzo dare all’economia ed alla struttura sociale della città. Tale compito è toccato agli eredi del PCI. Pagliassotti individua nelle elezioni amministrative del 1993 un momento chiave delle vicende torinesi e nella mutazione politica del partito post-comunista. L’elezione a sindaco di Valentino Castellani, sostenuto da una coalizione di centro-sinistra e per cui fu essenziale il voto del centro-destra al ballottaggio, mise fine alla tensione tra due progetti, due visioni del futuro della città: da un altro la Torino industriale e progressista rappresentata da Diego Novelli, sconfitto al secondo turno dopo aver accolto il 46% dei consensi al primo, che puntava a mantenere la vocazione manifatturiera della città, dall’altro una città del Terziario, con un’economia basata su innovazione, cultura e turismo. Durante i due mandati di Castellani (1993-2001) ed i successivi di Sergio Chiamparino,(2001-2011), dirigente di lungo così del PCI/PDS/DS/PD, le amministrazioni locali torinesi hanno avvallato e sostenuto il progressivo disimpegno del gruppo FIAT dalla città, premiandolo con la rendita fondiaria tramite un piano regolatore generoso, emendato a colpi di variante. Emblema e tripudio di questa fase sono stati i Giochi Olimpici Invernali del febbraio 2006, la cui eredità sono i vari complessi residenziali sorti in varie zone della città e gli immensi impianti che faticano a trovare un nuovo impiego, mentre l’economia è in stallo, se non in recessione, non avendo innovazione e terziario realmente colmato il vuoto lasciato dall’industria. Oltre ad un buco di bilancio incontrollato, chi si tenta di riparare con privatizzazioni e svendite del patrimonio pubblico.

I principali protagonisti di questa fase, che prosegue con il sindaco democratico Piero Fassino, sono stati i dirigenti del partito nato dalle ceneri del PCI che hanno perseguito questo progetto guardando sempre più al Centro ed hanno combattuto la Sinistra, tanto quella partitica quanto quella sindacale, contando sull’appoggio dei mezzi di informazione, pronti a porre in cattiva luce ogni forma di dissenso o di obiezione alle magnifiche sorti prospettate ai torinesi dai loro amministratori. Ancora più fondamentale per la mutazione dei post-comunisti e per l’abbuffata immobiliare è stato l’appoggio dei potentati economici, in particolare FIAT ed Intesa-San Paolo, con cui i dirigenti politici hanno intrattenuto un rapporto subordinato, da esecutori materiali, più che non paritario. Questo processo di trasformazione del ex PCI torinese in partito economicamente liberista e socialmente conservatore ha anticipato di alcuni anni un’analoga trasformazione a livello nazionale. In ambedue i casi ha portato ad una progressiva disaffezione da parte della base e degli elettori e quel cinismo che ha reso sempre più sottile la linea di demarcazione tra partiti e finanza, tra lecito ed illecito.

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