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Crisi dell’Euro e crisi dell’Europa

In Capitalismo on 10/03/2013 at 12:53

di Nicola Melloni
da Liberazione

Dopo una campagna elettorale che ha largamente ignorato i temi della crisi e il futuro dell’Europa, le elezioni italiane, dalla forte connotazione anti-europea, hanno riportato la crisi del vecchio continente al centro del dibattito politico.
Contemporaneamente, negli ultimi giorni abbiamo visto grandi manifestazioni contro l’austerity in Portogallo mentre in Francia la sinistra radicale e i sindacati prendono la via della piazza contro il governo di Hollande e l’idea di flessibilizzare il lavoro. Lo spread è si calato, grazie all’intervento della Bce, ma l’economia reale non è certo migliorata e i morsi della crisi si fanno sempre più duri e profondi. I problemi di fondo dell’unione monetaria sono ancora tutti lì, a cominciare naturalmente dalla madre di tutti i problemi, il gap di competitività tra Germania ed Europa meridionale – ma anche la Francia, appunto, non se la cava bene, come vedremo.
Per un decennio questo gap è stato smussato dai trasferimenti che proprio dalla Germania andavano verso il resto d’Europa, soprattutto nella forma di prestiti delle banche tedesche al settore sia privato che pubblico, ed in questa maniera si è cercato di ovviare ad uno dei deficit strutturali della Ue, la mancanza di un governo centrale che trasferisca risorse per equilibrare l’economia del continente. Con la crisi però i nodi sono venuti al pettine, la banche hanno smesso di prestare soldi, i trasferimenti sono finiti e il gap di competitività è rimasto.
I governi dei cosiddetti Piigs (e, appunto, della Francia con loro) si sono trovati quasi senza strumenti davanti a questa crisi epocale. In condizioni normali, paesi affetti da crescita bassa possono usare una combinazione di politica fiscale e monetaria per rilanciare l’economia, spesa pubblica, un po’ di inflazione e soprattutto svalutazioni competitive, come era d’uso fare nel periodo pre-euro. Anche oggi, uno dei fondamenti della cosiddetta Abenomics, la politica economica dell’attuale premier giapponese, è proprio la richiesta alla Banca del Giappone di manipolare lo yen per rilanciare le esportazioni. Non è un caso che il ministro delle finanze francese Pierre Moscovici stia ora richiedendo ad alta voce alla Bce di fare lo stesso.
In una unione monetaria, però, la Banca Centrale deve rispondere a tutti i governi, compreso quello della Germania, che si è finora opposto a tale svolta. E dunque per i paesi con un problema di crescita rimane soltanto la vecchia opzione del Gold Standard: la svalutazione interna.
Si tenta cioè di restaurare la competitiva di una nazione non attraverso il tasso di cambio, ma riducendo il valore generale dell’economia, a cominciare naturalmente dal costo del lavoro (ecco spiegata la legge di Hollande sulla flessibilità). In parole povere, austerity vuol dire disoccupazione, salari in calo ed impoverimento che nel medio periodo rilancerà la profittabilità delle imprese. Con un extra-problema, se non bastassero gli inaccettabili costi sociali: la deflazione interna aggraverà la situazione debitoria, il che, inevitabilmente, dovrebbe portare allo smantellamento pressochè totale del welfare. Che tutto questo sia possibile in democrazia è tutto da vedere ed è anzi parecchio discutibile.
Ecco allora che molti economisti ed ormai diversi politici avanzano l’idea della fine dell’Euro, per ridare agli Stati il controllo sopra la valuta, rendere possibile la svalutazione, rilanciando così la crescita e inflazionando il debito così da ridurlo in termini reali. Questa opzione, impensabile solo un anno fa, sembra sempre più realistica di fronte ai costi sociali ed economici dell’austerity che ad un certo punto sorpasseranno quelli, non piccoli, derivanti dalla rottura dell’Euro. Insomma, una sorta di ritorno al mercantilismo in cui ogni paese entra in competizione con il proprio vicino attraverso svalutazioni competitive a raffica – con le conseguenti tensioni internazionali ed il definitivo abbandono dell’Europa unita.
Sostenere questa via d’uscita sarebbe però assai sbagliato per la sinistra. Per quanto le pressioni anti-euro abbiano innegabili basi sociali e di difesa del lavoro e del welfare, questo vorrebbe dire, in realtà, rinchiudersi nei propri confini e rilanciare un pericoloso nazionalismo economico, in cui l’avversario di turno diventerebbe il vicino che in realtà soffre dei nostri stessi problemi. Le sinistre europee ed i sindacati dovrebbero invece portare avanti una battaglia unitaria, perché i problemi dei lavoratori italiani sono gli stessi di quelli spagnoli, portoghesi e francesi. Insomma, rilanciare una europeizzazione della lotta anti-austerity con alcune chiare parole d’ordine: controllo politico sulla Bce, fine del patto di stabilità e del Fiscal compact, ed un fronte comune per forzare la Germania ad assumersi le proprie responsabilità. Questo vorrebbe dire un passo deciso e decisivo verso una piena unione politica che potrebbe contrastare i gap di competitività con trasferimenti fiscali – a fronte, naturalmente, di riforme strutturali per rilanciare le economie dei Piigs (nel caso dell’Italia, ad esempio, riduzione del cuneo fiscale e, soprattutto, riorganizzazione industriale ed investimenti in ricerca e sviluppo). Insomma, una moderata inflazione, un cambio competitivo e trasferimenti dal centro verso la periferia potrebbero rilanciare la crescita, diminuire il debito e soprattutto creare un ambiente favorevole per modernizzare le economie più impoverite che non possono invece farlo in periodi di recessione.
In sintesi, più Europa e più democrazia per contrastare la crisi dell’Euro.

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