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Nuovo presidente, programma anti-crisi e cambio di marcia: proposte per una exit strategy dallo stallo politico

In Capitalismo on 09/03/2013 at 09:57

L’impasse politico pare senza via d’uscita, soprattutto per il PD, incastrato tra la Scilli di una alleanza col M5S (e con il conseguente ricatto di Grillo) e la Cariddi di un governissimo che rischierebbe di polverizzare la già traballante credibilità dei democrats. 
Bersani pare indirizzato a tutta forza verso la prima opzione, anche se Grillo gli ha per ora sbattuto tutte le porte in faccia – come era assai facile prevedere, il M5S ha poco da guadagnare a sostenere un governo della cosiddetta “casta”.  Altri settori del suo partito – sempre gli stessi – vorrebbero un accordo con Berlusconi, per ora negato dalla direzione. Dietro loro soprattutto Napolitano che pare non voglia governi di minoranza e veda dunque di buon occhio un nuovo governo tecnico o addirittura una ammucchiata PD-PDL (e perché no, Monti). 
In entrambi i casi – anche se il secondo è infinitamente peggio del primo – i rischi sono grandissimi e le possibilità di riuscita estremamente basse. E bisognerebbe quindi forse pensare ad una alternativa, magari un ritorno alle urne, sperabilmente con una nuova legge elettorale. 

Prima però ci sarebbe da eleggere il Presidente della Repubblica e qui il PD potrebbe far vedere di avere imparato le lezioni della sconfitta elettorale. Gli Italiani hanno chiesto un gesto netto di discontinuità e di cambiamento, basta con la vecchia classe politica, basta con i vecchi accordi. Quindi, ovviamente, no a D’Alema, ma anche Finocchiaro, Prodi e Amato non sono assolutamente compatibili con l’attuale situazione politica. Bisognerebbe individuare una figura di grande prestigio e che interpreti il ruolo in maniera totalmente diversa rispetto a quanto fatto da Napolitano. Un presidente che abbia a cuore non tanto la governabilità, la saldezza del sistema politico e tantomeno gli accordi internazionali, non la responsabilità verso i mercati ed i poteri forti ma la responsabilità verso i cittadini e la difesa dei loro diritti  fondamentali (lavoro, sanità e scuola pubblica, tra gli altri). E nessuno meglio di Rodotà – da sempre uno strenuo difensore dei diritti, al di fuori della mischia politica, e candidato di vera rottura – potrebbe dunque ricoprire questo ruolo. Una figura che farebbe capire molto bene agli elettri che il PD ha chiuso la stagione delle crostate e degli accordi col PDL (che mai voterebbe una persona come Rodotà) ed è pronto ad aprire una stagione nuova.

E a quel punto, sfidare Grillo con un programma sociale e radicale, di vero rinnovamento politico e morale che per la prima volta dopo decenni si concentri sui temi più urgenti, quelli che più stanno a cuore all’elettorato e meno all’establishment: sanità e scuola pubblica, no al fiscal compact, nuova legge sul lavoro, spesa sociale per tutelare reddito e consumo. E poi la spending review che tutti si aspettano, quella dei privilegi, ancora più insostenibili in un paese in crisi: costi della politica ma anche e soprattutto pubblica amministrazione, autoblu ma anche i compensi per i consiglieri di amministrazione delle società pubbliche e benefit dei manager pubblici. Continuando con un tetto massimo a pensioni (anche se si toccano diritti acquisiti, come se non si fossero finora toccati quelli dei lavoratori…) e ai salari, come nella comunistissima Svizzera. Un segnale chiaro, in netta controtendenza a quelli dati finora: nella crisi devono cominciare a pagare quelli che stanno meglio. Non basta: ci sono spese che in questo momento non possiamo sostenere, a cominciare da TAV e F35. A prescindere dal merito, comunque discutibile, bisognerebbe comunque spiegare che in un momento in cui tutti stringiamo la cinghia la nostra prima preoccupazione è che tutte o quasi le risorse disponibili vadano verso il welfare dei cittadini e gli aiuti alle imprese. 
Con un tale programma si può e si deve sfidare il M5S in Parlamento o alle urne, senza alcun timore, per offrire una alternativa progressista e di sinistra alla rabbia e al disagio sociale.

In questo senso il discorso di Bersani in direzione ed il suo programma è un passo nella giusta direzione, ma ancora troppo timido e incerto. Mentre questo è il momento delle scelte decise. Bisogna prendere atto non solo della sconfitta elettorale ma del fallimento di un ventennio di moderatismo che ha contribuito a mettere il paese in ginocchio.  I cosiddetti giovani turchi del partito (Orfini, Orlando, Fassina, ma anche Civati) hanno già iniziato a farlo. Non serve un cambiamento di facciata, gattopardesco, con facce nuove alla Renzi e la riproposizione degli stessi programmi già superati dalla crisi del mercato e dell’Europa.  
Una inversione di 180 gradi rispetto all’ultimo PD ed una scommessa su un nuovo assetto politico che finalmente guardi in faccia la realtà della crisi e dei bisogni dei cittadini. Un percorso strettissimo, ma certo meglio dei ricatti di Grillo e Berlusconi.

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