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Linee della segregazione in Israele di Simone Rossi  

In Internazionale on 07/03/2013 at 13:56

I detrattori amano definirlo l’unica democrazia nel Medio Oriente, ma assomiglia vieppiù al Sud Africa dell’apartheid o agli Stati Uniti segregazionisti. L’ultimo atto verso la costruzione di una società segregata, sia lungo la linea arabo-giudaico o quella nero-bianco, è stata l’istituzione di linee di trasporto pubblico “dedicate” ai palestinesi lungo le tratte tra la Samaria e Tel Aviv.
A partire dal 4 marzo 2013 sono attive linee di autobus a disposizione dei lavoratori palestinesi che, muniti di regolare permesso, si recano quotidianamente nella città di Tel Aviv e nella regione di Sharon. Secondo la versione fornita dal Ministero dei Trasporti, la scelta sarebbe stata dettata dalla volontà di rendere un servizio migliore era prezzi agevolati ai lavoratori e l’esistenza di queste linee non impedirebbe ai palestinesi di poter continuare ad utilizzare le linee esistenti. Tuttavia, lo scorso novembre il quotidiano Haaretz pubblicò la notizia secondo cui era al vaglio dello stesso Ministero la creazione di linee separate a seguito dei reclami giunti da alcune amministrazioni locali perché la presenza di passeggeri palestinesi era poco gradita ai coloni ed ai cittadini israeliani in quanto rappresentava una potenziale minaccia alla propria sicurezza. A sostegno della tesi che vede in questo servizio “dedicato” una volontà segregazionista il fatto che le nuove linee non effettuano fermate nelle colonie ebraiche e nei paesi israeliani situati lungo il percorso.
A dispetto di eufemismi e smentite, in Israele esiste di fatto una segregazione tanto spaziale, simbolizzata dal famigerato muro della Cisgiordania, quanto sociale; quest’ultima colpisce non solo i cittadini dell’Autorità Palestinese, ma anche i quelli israeliani di etnia palestinese e, sotto alcuni aspetti, i cittadini di origine etiope ed africana in generale. Ai palestinesi da tempo è precluso l’accesso ad alcune arterie stradali, un divieto che costringe gli automobilisti a lunghe deviazioni, inoltre spesso i passeggeri delle linee transfrontaliere subiscono vessazioni da parte delle forze israeliane, come riportato dal quotidiano britannico The Guardian nell’autunno 2011 e denunciato dall’organizzazione non governativa, Machsom Watch, di donne per la pace. Un esempio lo porta una delle attiviste di questa organizzazione che recentemente ha assistito al fermo di tutti i passeggeri palestinesi presenti su un mezzo della linea 286 (Tel Aviv – Samaria); secondo il racconto, i soldati hanno raccolto i documenti di identità dei palestinesi prima di farli scendere e di intimare loro di proseguire a piedi fino al più vicino check-point, distante circa due chilometri e mezzo, rispondendo ai legittimi reclami affermando che i palestinesi non hanno diritto a viaggiare sui mezzi pubblici.

La notiizia ha avuto largo spazio sui media occidentali e, possibilmente, ha generato più indignazione di quanto non abbiano creato la costruzione di nuove colonie in terra palestinese o le restrizioni poste alla circolazione dei cittadini palestinesi per motivi sanitari o per visitare i parenti “oltre muro”. Tale indiganzione al momento non sembra aver raggiunto le cancellerie occidentali, da cui giunge un assordante silenzio. Questo silenzio, quando non si tratta di omertosa complicità, sembra essere sempre meno sostenibile di fronte all’evoluzione in senso segregazionista delle politiche israeliane ed auspicabilmente altre nazioni al di fuori del mondo arabo ed islamico prenderanno le distanze da chi queste attua ed appoggia queste scelte, come fatto dal ANC, il partito al potere in Sud Africa.
Ringrazio Silvia Fabbri per il contributo fornito nella redazione di questo post.

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