resistenzainternazionale

Il Venezuela e il futuro del modello chavista

In Internazionale on 07/03/2013 at 17:06

Il seguente saggio e’ tratto da un articolo pubblicato su Aspenia nell’Ottobre 2012, all’indomani della vittoria di Chavez alle elezioni presidenziali. Un articolo che ci aiuta a capire le dinamiche interne ed internazionali che hanno caratterizzato la storia politica di Hugo Chavez 


di Michele Testoni
versione completa su Aspenia n.59 
Lo scorso 7 ottobre Hugo Chávez è stato rieletto, per la terza volta consecutiva, Presidente del Venezuela. E, nonostante le pressioni, le accuse reciproche e gli scontri anche violenti, in un contesto di sostanziale regolarità e trasparenza. In virtù del referendum costituzionale del 2009, che ha abolito il consueto vincolo del doppio mandato, estendendo “ad libitum” l’eleggibilità di tutte le cariche elettive, ora Chávez potrà governare sino, almeno, il 2019. Vent’anni di potere dal 1998, cioè dall’avvio della rivoluzione bolivariana.
La situazione venezuelana non può essere più considerata come l’ennesima involuzione autoritaria di un’effimera repubblica delle banane, o come il prodotto di uno stravagante caudilloterzomondista ma ancora figlio di una società fondata sul connubio, tutto latino, di assistenzialismo statalista, corruzione e machismo. Piuttosto, comprendere le ragioni del consolidamento del chavismo, sia in chiave domestica che internazionale, richiede collocarne la nascita e il significato all’interno del complesso di relazioni politiche, economiche e culturali globali in cui è situata la parabola evolutiva dell’America Latina, e del Venezuela anzitutto.
Quella di Chávez era una vittoria largamente attesa, ma dalle dimensioni differenti rispetto al passato e, per questo, dalle conseguenze molteplici. Il fatto più significativo è stata la maggiore contendibilità del voto (…….) [T]ra 2006 e 2012 il vantaggio di Chávez sul candidato di opposizione è sceso da 3,1 a 1,6 milioni di voti. Ovvero, si è dimezzato.
Le ragioni di tale evoluzione derivano dalle controverse peculiarità del chavismo, una sorta di Giano bifronte costituito da forti contraddizioni politiche, economiche e sociali interne, e con ampie ripercussioni internazionali. Un sistema di governo e sviluppo nuovo, almeno per i suoi sostenitori, auto-proclamatosi “socialismo del XXI secolo” e fondato sullo schema “più Stato e meno mercato”. Una democrazia guidata, intrisa di populismo anti-colonialista e pretorianesimo giacobino, un ibrido di castrismo e peronismo attratto dalla Russia di Putin e dall’Iran di Ahmadinejad.
Il Venezuela è un attore chiave del Sud America: al quarto posto per ampiezza demografica e dimensione economica, è soprattutto il maggiore esportatore continentale di petrolio, dodicesimo a livello mondiale. Attraverso la PDVSA, la compagnia petrolifera statale, Chávez ha sfruttato appieno l’incremento dei prezzi energetici, determinato non solo da una crescente domanda globale, ma anche da una controllata riduzione dell’offerta di greggio da parte dell’OPEC (di cui il Venezuela è membro fondatore) volta ad accrescere ulteriormente i ricavi delle esportazioni.
Il boom petrolifero è stato il volano delle politiche sociali, le “missioni bolivariane”, il fiore all’occhiello di Chávez. Nei suoi quattordici anni di governo, il livello medio di salari e pensioni è cresciuto, la disoccupazione si è dimezzata, e il livello di indigenza è diminuito. I tassi di alfabetizzazione e scolarizzazione sono aumentati, e l’assistenza sanitaria gratuita è stata estesa alla massa delle grandi baraccopoli di Caracas, dove sono nati anche mercati agricoli a prezzi assai contenuti. Ciò ha reso il regime pù forte, legittimandolo sia nei confronti dei poveri che verso i gruppi dominanti del paese, cioè i militari e la borghesia commerciale. Una solidità che, malgrado la vasta manipolazione dei media e l’uso dell’apparato pubblico come ammortizzatore sociale a fini politico-elettorali, ha comunque permesso di mantenere in vita un certo pluralismo partitico e dell’informazione.
Le difficoltà del Venezuela, tuttavia, sono evidenti. A causa della crisi economica mondiale, la diminuzione della domanda, dunque del prezzo, di greggio si è tradotta in una brusca contrazione del PIL (nel 2011 il tasso di crescita è stato del 2,8%, il peggiore dell’intero Sud America). Fra 2009 e 2011 il bolivar è stato svalutato quasi del 100% rispetto al dollaro: la bilancia commerciale rimane positiva, ma l’inflazione è schizzata al 28%, in una reazione a catena fatta di cambi di valuta illegali, carenze di generi alimentari (in larga parte importati) e blackout elettrici sempre più numerosi. A tutto svantaggio dei meno abbienti e della stabilità del bilancio pubblico. (……)
Il principale problema nazionale è però il crimine dilagante. Per l’Osservatorio Venezuelano sulla Violenza, nel 2011 sono state uccise oltre 19.000 persone, con un tasso di 48 omicidi ogni 100.000 abitanti (la media globale è di 8,8). Dati che ne fanno il paese il più pericoloso di tutta l’America Latina, ancor più di Colombia e Messico, secondo solo all’Honduras. Uno degli aspetti più inquietanti di questa spirale di violenza è il numero di poliziotti uccisi: circa 80, finora, nella sola Caracas, in molti casi per mano di ragazzi giovanissimi. Per Moisés Naím il crescente potere delle organizzazioni dedite ai traffici di armi, droga, estorsioni e rapimenti, unito alla corrotta inefficienza del sistema amministrativo e giudiziario, sta trasformando il Venezuela in uno “Stato mafia””.
Eppure Chávez ha rivinto, e il suo successo trascende i confini del Venezuela. Non già per la trasformazione sempre più autocratica, ancorché legittimata democraticamente, del suo governo; quanto per il forte valore che esso assume a livello internazionale. Pur con difficoltà economiche evidenti, corruzione e criminalità diffuse, e autoritarismo ormai consolidato, dal 1998 Chávez mantiene e rafforza la maggioranza del consenso popolare attraverso un tipo di leadership che in breve è diventata uno dei modelli alternativi di maggiore successo alla globalizzazione dell’unipolarismo neo-liberista, soprattutto per quella nouvelle vague di leader politici sudamericani emersa proprio nell’ultimo quindicennio.
Il sentimento di emancipazione delle masse popolari contro l’aristocrazia compradora al soldo di dominatori stranieri (iberici prima, statunitensi poi) è tra le caratteristiche più rilevanti della storia e della cultura politica dell’America Latina. Nel Novecento la sovrapposizione tra anti-imperialismo e anti-americanismo ha prodotto una lunga ed eterogenea schiera di politici e intellettuali rivoluzionari – da José Martí a Rubén Darío, da Emiliano Zapata ad Augusto Sandino, da Fidel Casto a Che Guevara, da Juan Perón a Salvador Allende – accomunati, almeno a parole, dalla difesa di poveri e diseredati e da politiche economiche interventiste volte alla nazionalizzazione dei capitali produttivi per scopi domestici.
Chávez e il chavismo derivano, in larga misura, da questa temperie. Nel corso degli anni il Venezuela, uno dei pochi paesi sudamericani con una solida borghesia mercantile, è scivolato verso un sistema sempre più corrotto e instabile, costellato di ricorrenti colpi di stato militari. L’enorme ricchezza petrolifera veniva pagata a basso prezzo dalle corporation straniere, e i suoi ricavi non erano utilizzati per sostenere lo sviluppo del paese e l’espansione della classe media, ma soprattutto per rafforzare il potere di un’elite ossequiosa ai dettami della dollar diplomacy statunitense. Da qui la scarsa credibilità dell’opposizione anti-chavista cui Capriles, però, è riuscito a dare un volto nuovo e più presentabile.
La politica estera chavista non si inquadra in una logica anti-occidentale perché anti-democratica, bensì in una anti-americana perché anti-colonialista. Il suo obiettivo non può che essere un’evoluzione multipolare del sistema internazionale. Così si spiegano l’amicizia con la Cina, l’Iran e la Russia nonché, in particolare, il sostegno ad altre leadership rivoluzionarie in Sud America. Chávez ha sostenuto le FARC in Colombia, l’odiato vicino, ma è stato anzitutto il promotore del gruppo ALBA, il rassemblement delle nazioni latinoamericane di ispirazione bolivariana originato dall’alleanza tra Venezuela e Cuba del 2004 a cui si sono aggiunti, finora, altri sei paesi (in particolare la Bolivia, l’Ecuador e il Nicaragua).
Ancora più rilevante è stato, quest’estate, l’ingresso del Venezuela nel MERCOSUR, la principale organizzazione di integrazione economica regionale fondata da Argentina e Brasile nel 1991 insieme a Paraguay e Uruguay, e oggi asse portante dell’UNASUR, la sua estensione a tutto il Sud America. Un grande risultato perché offre al regime una piena legittimazione internazionale, non più ristretta a una periferia di paesi di scarsa credibilità, ma ora proveniente dai principali attori regionali. Non è un caso, infatti, che il primo leader straniero a congratulare Chávez per la sua rielezione sia stata la Presidente dell’Argentina, Cristina Fernández, una delle figure più attive (e discusse) del panorama politico sudamericano.
Il successo di Chávez rappresenta anche una battuta d’arresto per il “nuovo corso” della politica estera latinoamericana degli USA. Abbandonato il disastroso neo-imperialismo di Bush, l’amministrazione Obama ha adottato un approccio più soft. Con l’Asia al centro dei propri interessi strategici, Washington ha favorito la creazione, avvenuta lo scorso giugno, dell’Alleanza del Pacifico, una nuova zona di libero scambio orientata ai mercati dell’Estremo Oriente costituita da Cile, Colombia, Messico e Perù (oggi i principali alleati di Washington nella regione). Una sorta di caucus all’interno dell’APEC e, per certi versi, il tentativo di creare un’aggregazione alternativa a un MERCOSUR sempre più “fortezza latina”. (….)

Ciò che rende il chavismo un fenomeno peculiare è l’apprezzamento di cui gode in larga parte dell’America Latina, un risultato che nessun altro movimento politico, né il castrismo né il peronismo, era riuscito a ottenere. (…..)


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