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Hugo Chavez, il Venezuela e l’America Latina

In Internazionale on 06/03/2013 at 06:00



Si può dire quello che si vuole, che Chavez fosse un dittatore – anche se il colpo di stato lo ha subito – che le elezioni in Venezuela fossero una farsa – anche se per anni i suoi avversari han comprato voti, controllato TV e le grandi aziende – che fosse un demagogo e un populista – e se questo vuol dire stare dalla parte dei poveri, ecco, sicuramente Chavez lo era.
Ha commesso i suoi errori e nessuno pensa che il Venezuela sia un paradiso in terra, è un paese povero dove la miseria è di casa. Ma dove i ricchi, in questi ultimi 10 anni, l’hanno fatta un po’ meno da padroni, diversamente da tutta la storia del Paese, diversamente dal resto dell’America Latina.
Se milioni di poveri lo hanno votato, sarà difficile pensare che lo abbiano fatto solo in cambio di denaro o di favori. In tanti, in tantissimi, infatti per la maggioranza dei Venezuelani, Chavez ha rappresentato una speranza di un mondo, se non migliore, quanto meno un po’ più giusto. Investimenti in educazione, nelle nuove generazioni, un orchestra di giovani, la Simon Bolivar (che già esisteva ma che ha avuto nuovo impulso con Chavez) che gira il mondo, giovani della favelas cui invece di dare in mano una pistola è stato dato in mano un violino. Sarà anche propaganda, ma è propaganda ben fatta.

Chavez non è stato il Che e neanche Fidel – che pure gli è per ora sopravvissuto. E’ stato per tanti versi un personaggio pittoresco, un personaggio estremo. Un po’ paranoico, si dirà, ma ci sarebbe da vedere chi non lo sarebbe dopo aver rischiato la pelle per mano della destra e degli americani.
Ed appunto, che gli USA gli abbiano fatto una guerra quasi aperta, in America Latina non può essere che una medaglia al valore. Vuol dire mettere gli interessi del popolo, della nazione, davanti agli interessi degli stranieri e del loro capitale. In un continente costruito sulle salme mai trovate dei desapaercidos, sulla povertà più oscena, sulle diseguaglianze peggiori del mondo, c’è da andare fieri di Hugo Chavez. E per tutti quelli che lamentano il fare plebiscitario e scarsamente democratico di Chavez, basterebbe ricordare i brogli alle elezioni messicane, o la pseudo-democrazia boliviana degli anni 90, che privatizzava l’acqua piovana. O l’Argentina di Menem e Caballo che ha messo in bancarotta stato e cittadini. Perché si, non era il più democratico dei presidenti, ma facile parlare di democrazia quando non si ha a che fare con oligarchi, multinazionali affamate, rabbia, paura, criminalità, povertà, continui tentativi di destabilizzazione e di colpi di stato. Quello che era e purtroppo ancora è l’America Latina.
Ma è stato proprio con Chavez che un continente ha cominciato a dire basta. Basta a Washington, al Fondo Monetario, alle multinazionali, basta ai ricchi che controllano il Sud America da secoli. E dopo Chavez altri hanno seguito, ribelli e moderati, argentini, brasiliani e boliviani, ma con qualcosa in comune, la speranza di un futuro migliore. Quello per cui lottava Chavez.
Hasta siempre, comandante.


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