resistenzainternazionale

I problemi… a Monte

In Uncategorized on 14/02/2013 at 07:53

di Nicola Melloni
da Liberazione

La storia di Mps si sta trasformando in cronaca giudiziaria. La banda del 5%, le tangenti, i manager infedeli. Tutto vero, e tutto da indagare, ma concentrarsi solamente su questo aspetto ci farebbe perdere di vista i problemi principali. La magistratura certo accerterà i comportamenti loschi di dipendenti e dirigenti e questo è sicuramente importante che venga fatto, ma dobbiamo ben tenere a mente che i veri problemi al Monte non sono quelli delle tangenti.
Mps è sull’orlo della bancarotta e deve essere salvata dallo Stato per le azioni, legali, intraprese dal gruppo dirigente al completo. Azioni e comportamenti tipici della finanza rapace che specula, crea valore fittizio e distrugge la ricchezza reale. Quella finanza fine a se stessa che ha perso il suo ruolo storico di intermediazione, di supporto dell’industria e dello sviluppo economico per divenire un organismo che succhia soldi e strangola l’economia reale. Quella finanza che è stata la causa della crisi. Monte Paschi ha intrapreso un modello di finanza simile a quello delle banche anglosassoni e, indebitandosi oltre ogni ragionevole limite, si è ritrovata a secco appena la bolla è scoppiata.
D’altronde il modello del debito è quello che ha inflazionato i mercati per quasi un ventennio, il cosiddetto “leverage”, per cui le banche si esponevano e tuttora si espongono ben oltre il limite del loro capitale. Raccogliere più denaro possibile, per poi metterlo a frutto. E così, pure se per una operazione di acquisizione, fece Mps. Una situazione ormai classica nel mondo della finanza, in cui per massimizzare le possibilità di guadagno ci si espone il più possibile. Allo stesso tempo però si moltiplicano i rischi. Mps aveva puntato tutto su un numero solo, cioè l’aumento di valore degli asset di Antonveneta. Una mossa pazzesca ma che, appunto, rientra nella logica del gioco. D’altronde era quella stessa filosofia che giustificava le scommesse dei subprime, cioè su un mercato della casa che doveva per forza continuare a salire di valore per rendere sostenibili i conti delle banche.
Il collasso di quei mercati ha messo in ginocchio Lehman e le altre grandi banche anglosassoni, e lo stesso ha fatto, indirettamente per Mps, prima deprimendo il valore delle case e dei derivati, poi quello delle azioni bancarie. Il frutto di una logica perversa, non di azioni illegali. Quelle, se vogliamo, sono il contorno marcio. In molti casi usate per coprire l’indicibile, cioè quei buchi che avrebbero fatto crollare la fiducia degli investitori e portato sul lastrico le banche. E così il “fresh” di Mps, su cui indagano oggi le autorità, come anche le attività sospette di Barclays che pare prestasse denaro ai suoi investitori per comprare azioni di Barclays stessa, così da tenere alto artificialmente il valore di capitalizzazione.
Allo stesso tempo, però, questi fatti criminosi non vanno sottovalutati. Gli ultimi anni hanno visto il moltiplicarsi di episodi dai contorni quantomeno dubbi. Trader rapaci, squali del mercato, management infedeli, insider trading e manipolazione dei tassi di interesse hanno affollato le cronache dei giornali. Ora, tenuto conto che le banche, nonostante tutto, non assumono direttamente tra la “mala”, questa situazione dovrebbe portare a qualche riflessione. In particolare sulla cultura prevalente dell’istituzione che mette il profitto sopra tutto, sopra gli interessi degli share holder, sopra il futuro e la solidità dell’azienda e dunque, indirettamente, sopra la legge. Se la logica è quella del profitto a tutti i costi, non ci si può poi sorprendere se tanti, troppi impiegati prendono questo dogma alla lettera.
In fondo è tutto giustificato della mano invisibile: il guadagno del privato porterà ad un miglioramento collettivo. Basterebbe ricordare come ad inizio anni Novanta, davanti alle ruberie di massa in Russia, la classica risposta dei neoliberal fosse “lasciateli rubare, stanno costruendo il capitalismo”. In realtà stavano invece minando le fondamenta dell’edificio che dicevano di costruire. Col senno di poi, non sembra che in Occidente ci siamo poi comportati tanto meglio.

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