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La banca a vapore Di Simone Rossi 

In Capitalismo on 31/01/2013 at 07:52

Si dice la Storia sia maestra, che insegni a non ripetere i medesimi errori; niente di più vero, se non che un maestro può poco nel momento in cui l’allievo non si applica, per pigrizia, per opportunismo o perché in male fede. La situazione attuale di crisi economica e sociale ha paralleli con altre situazioni nel passato europeo, una classe dirigente interessata al bene comune eviterebbe gli errori commessi a suo tempo, ma non lo fa. La crisi in corso ha origine nel settore bancario, progressivamente deregolamentato a partire dagli anni ’80 del secolo scorso ed alimentato dal crescente ricorso al credito da parte dei cittadini per far fronte alla caduta del reale potere d’acquisto delle famiglie; dal 2008 ad oggi i governi e le istituzioni europee hanno gettato miliardi di euro nel pozzo senza fondo delle banche, sotto forma di acquisizioni, di prestiti agevolati e fondi cosiddetti salva-Stati, il cui reale obiettivo è sollevare le banche dai rischi presi speculando sul debito pubblico dei paesi più deboli. Tolte le promesse e le lacrime di coccodrillo nei summit intergovernativi, poco o nulla è stato fatto per porre il settore finanziario sotto controllo pubblico e per impedire la speculazione. L’inerzia e l’ignavia dei governi (ma anche dei partiti progressisti all’opposizione un po’ ovunque) stanno gettando i presupposti per una crisi peggiore.

Nel mese di gennaio il canale pubblico BBC2 ha trasmesso un documentario a puntate sulla storia delle ferrovie britanniche, a cura di Dan Snow; oltre ad affrontare l’aspetto dell’evoluzione tecnologica, il programma offre una panoramica sul contesto sociale ed economico in cui l’epopea ferroviaria si sviluppò. L’invenzione e l’applicazione della locomotiva nei primi decenni del XIX secolo risposero alla necessità di rifornire le industrie dell’Inghilterra settentrionale di materia prima, principalmente carbone, e di ampliare il mercato per i beni finiti; a seguito del successo delle prime linee, in particolare di quella tra Manchester e Liverpool, le ferrovie divennero un investimento ad alto profitto su cui si innesco un fenomeno speculativo che drenò ingenti capitali tanto da parte di grandi investitori, quanto delle piccola e media borghesia, attratta dai buoni dividendi delle azioni. Dalla seconda metà degli anni ’30 del XIX secolo decine di compagnie entrarono in competizione per aggiudicarsi l’autorizzazione governativa a realizzare nuove linee, ricorrendo anche alla corruzione dei deputati e dei funzionari pubblici per battere la concorrenza. Per convenienza e per ideologia, il governo centrale preferì non intervenire per regolamentare il settore, limitandosi a definire standard minimi e ad approvare i progetti avanzati dai privati senza una visione programmatica. La bolla spMeculativa scoppiò nel 1847, lasciando sul lastrico migliaia di persone con il consueto corollario di suicidi, tuttavia i governi che si succedettero mantennero il proprio atteggiamento lassista, confidando nella capacità auto-regolatoria delle compagnie ferroviarie, anche in materia di sicurezza. Solo il disastro ferroviario di Armagh, Irlanda del Nord, che causò ottanta morti e duecentosessanta feriti, in gran parte bambini, spinse il parlamento a legiferare in materia di sicurezza, senza invece intervenire nella pianificazione e nella regolamentazione delle compagnie.

Queste vicende, come altre avvenute nel corso della storia del capitalismo, sono sintomatiche di come l’idea per cui i capitalisti sono in grado di regolamentarsi e di produrre benessere per la collettività sia illusoria quando non truffaldina; la forza distruttrice, eversiva della ricerca del massimo profitto a qualunque costo deve, invece, essere domata e vinta dalla collettività. I partiti conservatori e liberali non invertiranno la tendenza, essendo i promotori del capitalismo selvaggio, non lo faranno i moderati che si definiscono socialisti o socialdemocratici, che così facendo smentirebbero sé stessi. Prima che questo treno impazzito si schianti, il freno dobbiamo tirarlo noi, lavoratori, disoccupati, pensionati, studenti; quanto prima ne prenderemo coscienza, tanto meglio per tutti.

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