resistenzainternazionale

A che servono le tasse

In Capitalismo on 27/01/2013 at 12:08

di Nicola Melloni

da Liberazione

Ecco quello che una sinistra seria dovrebbe (e potrebbe) fare

Come sempre in Italia durante la campagna elettorale le tasse sono argomento tabù, buono solo per un po’ di propaganda e mai per una discussione seria. Il dibattito politico è concentrato da una parte sull’annoso problema dell’evasione e, dall’altro, sulle tasse troppo alte. La pressione fiscale italiana è sicuramente superiore alla media europea, ma sostanzialmente in linea con molti dei grandi paesi dell’Europa Occidentale (mentre l’Europa orientale abbassa la media della Ue sostanzialmente), inferiore a quella francese e di poco superiore a quella tedesca.
Quello invece che andrebbe discusso è la funzione sociale ed economica delle tasse e dunque su come modulare la fiscalità. Le tasse non sono (o almeno non dovrebbero essere) semplicemente un tributo per mantenere i costi dello Stato, ma una importante leva economica, se utilizzata correttamente. Ad iniziare, nella gestione macroeconomica, da un sistema di incentivi tali da spostare la ricchezza verso gli utilizzi più produttivi a scapito di quelli che lo sono meno. Dal punto di vista sociale e politico, senza dover tornare fino a Keynes, Hobson, le tasse sono una componente fondamentale per alleviare le diseguaglianze eccessive, tali da compromettere sia il corretto funzionamento del sistema economico (sia per l’accumulazione di ricchezza improduttiva, sia, al contrario, per un “mismatch” tra attività produttive e possibilità di consumo), sia quello della nostra democrazia, che rischia di trasformarsi in oligarchia.
Vediamo nel dettaglio.
Per quanto riguarda il livello di tassazione sulle imprese, l’Italia si colloca decisamente al di sopra della media europea – che contrariamente a quello che si pensa comunemente è circa la metà (come media calcolata tra i vari paesi Ue: 22.5%) di quella americana (40%). Anche se spesso non è tutto oro quello che luccica – gli Stati Uniti avrebbero appunto il livello nominale di tassazione delle corporazioni più alto del mondo, peccato che la tassazione effettiva (grazie alle esenzione e al ricorso sistematico a vari paradisi fiscali) sia circa la metà. In ogni caso, la nostra “corporate tax” ufficiale (31%) è inferiore a quella dei paesi nordici e pure a quella francese, spagnola ed inglese, ma decisamente superiore, ad esempio, a quella tedesca, soprattutto quando prendiamo in considerazione le tasse implicite sul capitale (36% vs 24%). Il tutto mentre la tassazione sulle rendite finanziarie, pure innalzate al 20%, rimane una delle più favorevoli in Europa (in Germania è sopra al 30%), creando così, de facto, una contrapposizione tra capitale industriale e finanziario.
Ben diversa è la situazione per quanto riguarda la tassazione sul lavoro. In questo caso il nostro paese registra la pressione fiscale più alta d’Europa, al 44% (Germania 39, Francia 41, media UE 34). In realtà questo record negativo è frutto soprattutto dell’evasione fiscale che, colpendo fortemente la entrate dal lavoro autonomo, ha portato a maggiorazioni del prelievo sul lavoro dipendente per compensare, almeno in parte, il buco creato dall’infedeltà fiscale. Con degli effetti, neanche tanto collaterali, disastrosi: una pressione inusitata sui redditi da lavoro dipendente con conseguente repressione dei consumi, costi eccessivi per il datore di lavoro, ed un livello scandaloso di economia sommersa. Appare dunque del tutto evidente come gli incentivi economici creati dalla tassazione siano ben poco funzionali al rilancio del paese.
L’altro aspetto essenziale del problema, cioè quello legato alla funzione sociale della tassazione, è la progressività delle imposte. L’Irpef è l’imposta che tassa il reddito, introdotta una quarantina di anni fa con una modalità, allora, fortemente progressiva, come per altro da dettato costituzionale. Ma cambiata poi nel tempo seguendo il dettato ideologico del neo-liberismo che proprio sul terreno fiscale ha radicalizzato lo scontro coi keynesiani a partire dalla famigerata “reaganomics” che nasceva proprio su teorie fantasiose e ideologizzate come la curva di Laffer, secondo cui un livello di tassazione inferiore avrebbe aumentato le entrate fiscali grazie allo stimolo esercitato sull’economia reale. E dunque tasse più basse per i ceti più abbienti.
Il nuovo mainstream fiscale ha portato ad una rimodulazione delle aliquote Irpef, prima riducendo drasticamente il numero di scaglioni e poi con un deciso innalzamento dell’aliquota più bassa (dal 10 al 18%) ed un ancor più marcato decremento delle aliquote maggiori (dal 72 al poco meno del 45%). Il colpo definitivo è venuto addirittura proprio col governo Prodi, quello che doveva essere il primo governo di sinistra della storia italiana. La rimodulazione allora impostata, fortemente regressiva rispetto al modello precedente, trovava una sua giustificazione guardando ai sistemi fiscali nord-Europei (dove comunque le tasse per l’aliquota più alta superano abbondantemente il 50%). Con un importante caveat, volutamente ignorato. E cioè che quelle società sono caratterizzate da un sistema economico assai diverso dal nostro, in cui la dialettica capitale-lavoro è mitigata dalla concertazione sindacati-imprese che riduce le diseguaglianze salariali già prima della tassazione.
Il combinato tassazione solo marginalmente progressiva-evasione ha contribuito a determinare la scandalosa situazione odierna, in cui il 10% della popolazione detiene quasi il 50% della ricchezza privata. Ed entra allora qui in gioco un’altra peculiarità dell’economia italiana, ovvero l’incredibilmente alto livello di patrimonializzazione della ricchezza che porta a dati altrimenti inspiegabili, come un livello di ricchezza privata assoluta e un rapporto ricchezza privata/Pil più alto in Italia che nella florida Germania. Dati che vengono spesso sventolati come un punto di forza dell’economia italiana ma che andrebbero rivisti in chiave critica come segno del malessere del sistema produttivo – la ricchezza italiana rientra solo marginalmente nel circolo economico in quanto la patrimonializzazione (soprattutto sui beni immobili, raddoppiata in 15 anni e che rappresenta il 60% della ricchezza netta) viene preferita all’investimento produttivo (e dunque, per altro, tassabile sul reddito generato). Non è certo una sorpresa che tale fenomeno avvenga in una economia industriale basata soprattutto sulla piccola e piccolissima impresa che fatica a decollare anche per le scelte imprenditoriali dei padroni che contribuiscono con la propria ricchezza a solo il 12% al bilancio aziendale (contro il 30% della Francia ed il 34% della Germania).
In una tale situazione dovrebbe dunque essere lapalissiano un ricorso ad una tassa patrimoniale fortemente progressiva, accompagnata da una rimodulazione del carico fiscale che allenti la presa sui fattori produttivi a favore di tasse maggiori sui redditi più alti. Un aumento della tassazione ha effetti recessivi soprattutto quando colpisce i redditi più bassi, in quanto riducendo il reddito disponibile riduce il consumo. Ma ha effetti assai meno dirompenti (e minori di quelli dei tagli fiscali richiesti dall’austerity) quando colpisce i redditi più alti, i cui consumi rimangono sostanzialmente invariati. A questa va aggiunta una tassazione sulla ricchezza che vada oltre il modesto contributo dell’Imu. Lì, ormai è chiaro, si concentra la ricchezza italiana e dunque, naturalmente, lì andrebbe ricercata, nuovamente con effetti recessivi piuttosto modesti qualora andasse ad intaccare, anche pesantemente, i patrimoni più alti. Così da rimodulare il sistema di incentivi che al momento favorisce l’accumulazione improduttiva (tassata troppo poco) rispetto all’investimento produttivo (tassato troppo). In questa maniera si potrebbe da una parte ridurre le diseguaglianze sociali e dall’altra detassare gli investimenti in capitale e lavoro. Così da riconciliare il giusto stimolo economico con una maggiore eguaglianza.


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