resistenzainternazionale

Alle elezioni proviamo a cambiare

In a sinistra on 04/01/2013 at 10:04

Tanta è la confusione sotto il sole di Gennaio. I partiti si organizzano per le elezioni mentre gli elettori cercano di capire quali saranno i diversi scenari che si avranno da Marzo in avanti.
Che il PD esca vincitore non pare in dubbio, ma dati gli assurdi meccanismi elettorali potremmo ritrovarci senza una maggioranza stabile al Senato. Per altro il PD di Bersani non ha mai nascosto di voler un accordo coi centristi “a prescindere”. Questo era facile e semplice quando Casini&C. erano un piccolo partitino, ma con la discesa in campo di Monti la competizioni si è scatenata e i rapporti tra i futuri teorici partner si sono fatti tesi.
Onestamente a me sfugge il motivo di questa tensione. Il PD è stato il più fedele sostenitore di Monti, votando tutte le leggi e “riforme” proposte dal governo. Il Monti che oggi attacca CGIL e Vendola è lo stesso che ha fatto passare la riforma del lavoro dividendo i sindacati e isolando la CGIL stessa. Di cosa non si era accorto il PD in questo periodo? Per altro la famigerata agenda Monti non è certo tanto diversa, nei veri contenuti, dal programma di governo PD-SEL, molto vago e confuso tanto per non scontentare nessuno. Basta guardare alle cose più importanti: si parla tanto di lavoro, ma non si dice se e come si vorrà cambiare la riforma Fornero (e il PD ha già detto chiaramente che non appoggerà il referendum); di certezze sulla patrimoniale non ci sono; e nulla di concreto si dice sulla redistribuzione del reddito. D’altronde tutto questo rimane in sostanziale continuità con quello fatto e votato dal PD nel corso dell’ultimo periodo, e pure con quello fatto dai predecessori del PD nei vari governi Prodi, D’Alema e Amato. Dunque credere che un cambiamento vero possa venire da quella parte è un po’ come dare carta bianca senza uno straccio di prova in tal senso.
Allo stesso tempo pensare che un voto per SEL possa cambiare in maniera decisa questa situazione pare poco realistico. Se SEL prendesse il 20% allora si potrebbe avere qualcosa da dire al governo. Ma data la situazione attuale, cosa mai potrà portare a casa Vendola? Bersani è già stato chiaro, si decide su tutto a maggioranza, e il PD avrà la maggioranza dei parlamentari. E così spazio ad istanze importanti come diritti civili e, si spera, temi ecologisti, ma ci sarà poco o nulla per quanto riguarda la politica economica. In fondo il Vendola che ha rinunciato alla radicalità in nome di un accordo a tutti i costi è stato umiliato alle primarie, raccogliendo a malapena la metà dei voti di Renzi, il volto nuovo del PD, che sostiene Marchionne, si rifà a Blair e Clinton, cioè agli artefici di quel modello di capitalismo che la crisi ha sostanzialmente demolito, che attacca il sindacato e non ha nessun interesse per il mondo del lavoro.
Del resto Vendola vive una contraddizione che lascia volutamente irrisolta. Da una parte si affida ancora ad una propaganda radicale, ma dall’altra cerca accordi coi moderati. E sta cercando di riposizionare SEL all’interno del socialismo europeo che di radicale non ha davvero nulla. Cosa è, infatti, il PSE attuale, se non una combinazione dei socialisti greci che hanno difeso gli interessi di casta e dei ricchi e causato la crisi del Paese, dei labour inglesi che promettono altri tagli per il dopo Cameron, dei socialisti spagnoli che hanno votato il fiscal compact e favorito la finanziarizzazione dell’economia sotto il governo Zapatero, dei socialisti tedeschi, non meno rigidi dei conservatori della Merkel nella loro idea di Europa. E si, certo, anche dei socialisti francesi che una tassa ai ricchi l’hanno messa (anche se in maniera dilettantesca) ma che sostengono il fiscal compact e rinunciano alle politiche keynesiane.
E allora appare ovvio che se si vuole provare a cambiare non si può farlo nell’attuale coalizione di centrosinistra. Che sarà sicuramente meglio di un ritorno di Berlusconi ma che può essere solo marginalmente meglio di un ritorno di Monti. Una coalizione di partiti “responsabili” ma senza coraggio e senza neppure le idee giuste per cambiare, più timidi, addirittura, dei Democratici americani. La risposta alla crisi del capitalismo occidentale, alla crisi dell’Europa non può essere la riproposizione “ingentilita” delle stesse politiche che l’hanno generata, dalla precarietà alla diseguaglianza, dal potere dei mercati finanziari alla riduzione degli spazi democratici. Deve invece essere una risposta “rivoluzionaria”, una rivoluzione civile che inizi il cambiamento. Solo un buon risultato elettorale della sinistra-sinistra, della sinistra che sta col lavoro e accetta la realtà del conflitto sociale può sbilanciare le politiche del prossimo governo. Solo un successo del primo embrione di alternativa può mettere in moto un processo virtuoso di costruzione del cambiamento. Ci vorrà del tempo, non sarà facile. Ma cambiare si può, e non si può più aspettare.


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