resistenzainternazionale

L’insostenibile inaffidabilità dei mercatidi Nicola Melloni

In Capitalismo on 31/10/2011 at 07:30

su “Liberazione”del 30/10/2011

Da quando la crisi è iniziata ed è entrata nella sua fase più acuta, ogni giorno siamo in attesa delle notizie che vengono dai mercati di tutto il mondo. La mattina appena alzati ci sono già le notizie che vengono dall’Asia, alle 9 aspettiamo con trepidazione l’apertura di Milano, che seguirà inevitabilmente il trend asiatico, ma il momento cruciale sarà comunque nel primissimo pomeriggio, quando inizieranno le contrattazioni a Wall Street che determineranno le chiusure in rialzo o i tonfi di giornata delle borse europee. E via che si ricomincia il giorno dopo. Giornate di panico e perdite colossali vengono seguite da incredibili rialzi ed euforia ed uno si potrebbe domandare cosa sia cambiato nel corso di ventiquattr’ore per passare dalla paura all’entusiasmo. Nulla, in effetti.
Ogni giorno ci affidiamo alle notizie che vengono dai mercati finanziari come se fossero un oracolo, se non proprio il giudizio universale pronunciato dalla divinità di questi tempi, il mercato. Come tutte le divinità, naturalmente, gode del dogma dell’infallibilità. Se il mercato così ha deciso, ci sarà una ragione, perchè, ci dicono gli economisti neoliberali, gli investitori sono razionali.
Ovviamente, non è così. Anzi, è l’esatto contrario. Bisognerebbe rileggersi Keynes e ricordarsi degli animal spirits. Gli investitori sono così razionali che agiscono con la logica del branco, se uno compra tutti comprano, se uno vende tutti vendono. D’altronde la storia degli ultimi 20 anni è davanti agli occhi di tutti. Il miracolo delle dot.com a cavallo della fine del secolo scorso sembrava il dischiudersi di una nuova era di ricchezza e benessere. Invece era solo una bolla speculativa. Tutti compravano, anche se non sapevano cosa stavano comprando. E poi tutti a vendere quando la bolla è scoppiata. Ed oggi è la stessa cosa. In preda al panico della crisi si vende a manbassa, a prescindere dal titolo che si possiede, salvo poi ricomprarlo il giorno dopo, a prezzo più basso per fare guadagni in conto capitale. E’ la speculazione.
Ed ogni volta che in Tv o sui giornali si parla di speculazione, c’è sempre qualche economista o qualche “esperto” che ci spiega che la speculazione non è nè buona nè cattiva: è semplicemente una forza del mercato con cui fare i conti. Ma non è così. La speculazione non è una forza neutra come non lo sarebbe uno stato che decidesse di chiudere di imperio un’azienda per ragioni politiche, un’eventualità che quegli stessi economisti ed “esperti” considererebbero uno scandalo inaudito. Le borse storicamente esistono per dare la possibilità alle aziende di raccogliere i capitali necessari per gli investimenti. Nelle piazze affari di tutto il mondo gli investimenti dovrebbero valutare le potenzialità delle aziende, i loro piani di investimento, ed accordare loro fiducia nel caso siano convinti dalle prospettive di crescita. La fluttuazione del prezzo dei titoli dovrebbe dipendere dalla capacità delle aziende di generare profitti, cioè di pagare dividendi agli azionisti. Più profitti si fanno, più alto è il prezzo dell’azione.
Ora, è evidente che se i mercati fossero razionali, le imprese migliori crescerebbero in capitalizzazione, mentre quelle peggiori vedrebbero il prezzo delle loro azioni crollare. Ma non è così, lo abbiamo visto con l’esempio delle dot.com, lo intuiamo tutti i giorni quando la crescita del mercato asiatico fa salire il prezzo delle azioni di aziende italiane e quando, cinque ore dopo, l’apertura in calo di Wall Street fa crollare la stessa azione. In sostanza, l’andamento delle borse è ormai largamente slegato da quello dell’economia reale.
Da agosto in avanti, poi, oltre a controllare l’indice delle borse, siamo in costante fibrillazione per i movimenti dello spread, cioè la differenza tra il tasso di interesse italiano e quello tedesco. In questo caso, il giudizio che il mercato dà riguarda con più precisione gli stati e le loro politiche economiche. Se gli investitori non si fidano delle promesse e delle politiche dei governi, li puniscono vendendo titoli di stato. Seppure il mercato dei titoli di stato sia più legato a fondamentali macroeconomici che agli umori degli investitori dall’altra parte dell’oceano, rimane pur tuttavia un arbitro men che affidabile. Non c’è nessuna garanzia che il giudizio dato dai mercati sia corretto, e gli attacchi speculativi contro gli stati sono spesso dominati dai soliti animal spirit e non da aspettative razionali. Il punto è che la speculazione finisce per avere (quasi) sempre ragione ex post, perchè i suoi attacchi determinano una situazione di crisi anche se non ve ne era motivo. Con costi esorbitanti e non necessari.
L’andamento dei mercati finanziari è dunque inaffidabile, ed è assurdo che si continui ad attribuire a questi mercati il potere di giudizio sulle economie (e le politiche) degli Stati. Più che preoccuparsi del giudizio di un arbitro folle, sarebbe forse il caso di preoccuparsi di come metterlo sotto controllo e di limitare i danni della speculazione.

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