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La Spagna, più vicina ad una soluzione pacifica e democratica della lotta all’ETADi Monica Bedana

In Uncategorized on 26/09/2011 at 07:24

E’ trascorso un anno da quando buona parte della sinistra radicale basca rese pubblico l’accordo di Gernika, che determinava la possibilità di incanalare il conflitto politico e la confrontazione violenta verso uno scenario di pace e soluzioni democratiche. In altri termini, iniziava a prender forma la possibilità di rinuncia dell’ETA alle armi. Nel documento si annunciava una tregua permanente della lotta armata da parte dell’ETA, unilaterale e verificabile dalla comunità internazionale. Il Governo di Zapatero, impegnato a fondo fino a dicembre del 2006 in un dialogo con ETA -che saltò per aria nell’attentato dell’aeroporto di Barajas insieme alla precedente dichiarazione di “tregua permanente della lotta armata”-, non battè ciglio davanti agli accordi di Gernika. La conferma ufficiale della tregua arrivò quattro mesi dopo e tutte le forze politiche, all’unanimità, sia nel Governo nazionale che in quello basco, la ritennero deludente e insufficiente, in quanto non vi compariva l’attesa rinuncia definitiva alle armi.

Un anno dopo, quella stessa sinistra abertzale governa in 116 comuni dei Paesi Baschi dopo le amministrative dello scorso maggio e aspetta una conferma, da parte della società basca, di questo risultato nelle prossime elezioni generali del 20 novembre. E un anno dopo l’accordo di Gernika arriva anche, tramite comunicato ufficiale, la notizia che la maggioranza dei detenuti dell’ETA sottoscrive l’accordo e rinuncia alla soluzione armata per appoggiare la via della politica.

Anche in questo caso il Governo, scaduto tecnicamente qualche giorno fa in termini di legislatura, non batte ciglio o quasi, limitandosi a definire il fatto come “inedito”. La società spagnola e quella basca tuttavia non possono rimanere indifferenti alla portata di questa notizia, per l’enorme importanza che i detenuti dell’ETA hanno sempre avuto nello scacchiere delle relazioni tra Governo e banda armata. E i detenuti, pur nella loro diaspora nelle carceri spagnole più lontane dai Paesi Baschi e nel loro regime speciale di detenzione, diventano ora, di fatto, il più poderoso portavoce a reclamare all’ETA non solo la rinuncia definitiva alle armi e la scelta della via politica ma anche, finalmente, la necessità riconoscere, riconciliare e riparare tutte le vittime, di iniziare quindi a cicatrizzare le profonde ferite di questa società.

Si spera che anche il prossimo Governo, di qualsiasi segno esso sia, dimostri di avere sempre, come negli ultimi sette anni, non solo un “piano B” sulla questione basca e sull’ETA, ma anche la stessa, profonda capacità di interpretazione delle aspirazioni di una società che esige da tempo, a tutte le parti in causa, la riconciliazione in un pulito ambito democratico. Una soluzione che rispetti ogni vittima e che tuteli un’identità storica indiscutibile.

Per approfondimenti sull’argomento, leggi i commenti al post.

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  1. L'attentato di Barajas del 2006 segnò una svolta nei rapporti tra il Governo e l'ETA. Zapatero ha dimostrato in questi anni la stessa determinazione sia nella fase del dialogo durante la tregua (criticatissima dall'opposizione), sia in quella della pressione delle forze di polizia, esercitata dopo l'attentato che ruppe la tregua. Oggi si calcola che l'ETA non disponga di più di 50 membri in libertà. Sono quindi i detenuti “etarras” a rappresentare, in questo preciso momento, la volontà dell'organizzazione.

    All'implacabile pressione della polizia di questi anni si è unita una sensibile politica verso i detenuti dell'ETA dissidenti; da tempo è in corso un programma del Ministero degli Interni che permette l'incontro tra “etarras” dissidenti o pentiti e vittime, o familiari delle vittime, per aprire la via del perdono, la questione più scottante del processo di pace insieme a quella della fine definitiva della violenza. Sono il 90% i detenuti che, con maggiore o minore veemenza, hanno criticato che l'organizzazione non abbia ancora manifestato una rinuncia definitiva alle armi; tutti  loro hanno firmato l'accordo di Gernika. Per molti dpo il pentimento c'è stato un avvicinamento in carceri di regioni limitrofe ai Paesi Baschi, un fatto che rompe una delle caratteristiche fondamentali del loro regime carcerario, che prevede che siano allontanati il più possibile da casa per rendere più difficoltoso il contatto con familiari e persone della cerchia dell'organizzazione (molti di loro sono detenuti alle Canarie, per esempio).

    Le condizioni carcerarie dei detenuti “etarras” sono sempre state il primo punto all'ordine del giorno tra le esigenze dell'ETA nei negoziati con i vari Governi. Ora, la scelta della maggioranza di loro di appoggiare la soluzione politica e pacifica del conflitto, mette in evidenza la perdita totale di influenza dell'ETA sulle proprie strategie di futuro, la sua impossibilità assoluta di trovare posto ad un tavolo di negoziazione democratica.

    La protagonista diventa la sinistra “abertzale” ed il suo programma politico, che ha vinto la partita dopo una durissima lotta interna con gli irriducibili dell'organizzazione. Il riconoscimento da parte del Tribunale Costituzionale del diritto del partito della sinistra “abertzale” Bildu a presentarsi alle ultime amministrative, fugò legalmente il sospetto che questa coalizione di sinistra fosse un'infiltrata di ETA in politica. Bildu ottenne alle urne un cospicuo appoggio della società basca ed ora governa in moltissimi, alcuni importantissimi come  San Sabastián o la Provincia di Guipúzkoa. La scelta coraggiosa del Costituzionale di dare un'opportunità politica, in un gesto di fiducia, alla sinistra “abertzale” che sta iniziando a slegarsi in modo evidente dal terrorismo, è stata possibile grazie al voto favorevole dei magistrati dell'area del PSOE che compongono il Tribunale ed ha causato scandalo tra le file dei conservatori.

    Ora si attende, per il prossimo 20 novembre, che un altro partito “abertzale”, Sortu, disponga dei requisiti costituzionali necessari per presentarsi alle elezioni. E si attende una sentenza che permetta ad Arnaldo Otegi, primo fautore della svolta politica di tutta la sinistra radicale e del suo distacco dal braccio armato dell'ETA, di poter uscire dal carcere in quanto non più considerato dirigente dell'organizzazione. Sarà lui, senza dubbio, a sedere al tavolo dei primi, veri negoziati che si svolgeranno alla luce piena della democrazia.

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