resistenzainternazionale

CILE 1973/2011 UN OMAGGIO AL PAESE DELL’ ALTRO 11 SETTEMBRE

In Uncategorized on 10/09/2011 at 20:06


L’America Latina confina a nord con l’odio, e non ha altri punti cardinali. 
Luis Sepúlveda



¡Viva Chile! ¡Viva el pueblo! ¡Vivan los trabajadores!

Di Simone Rossi

Trentotto anni fa, l’11 settembre 1973, il governo eletto dai cittadini del Cile e presieduto dal socialista Salvador Allende Gossens fu rovesciato da un colpo di stato organizzato da ampi settori delle Forze Armate, con il sostegno della destra cilena e dell’esecutivo statunitense. Il palazzo presidenziale, conosciuto come La Moneda, fu bombardato ed assediato fino alla capitolazione ed alla morte, per suicidio, del presidente Allende.

In quella mattina di metà inverno australe si concludeva l’esperienza triennale del governo di Unità Popolare, formato nel 1970 a seguito della vittoria elettorale ottenuta dalla coalizione tra Azione popolare Indipendente, Movimento di Azione Popolare Unitaria (MAPU), Partito Comunista, Partito Radicale, Partito della Sinistra Radicale e Partito Socialista, cui si aggiunsero successivamente Sinistra Cristiana e MAPU Operaio e Contadino, risultante da una scissione del movimento omonimo. La presidenza ed il governo di Allende rappresentarono per le decine di migliaia di lavoratori cileni, per le classi meno agiate e per le comunità indie una fase di riscatto dopo secoli di sfruttamento e di emarginazione dai processi decisionali ad opera dell’oligarchia locale e delle potenze straniere, Regno Unito prima e Stati Uniti dopo, interessate alle risorse naturali del Paese. La vittoria della coalizione di Unità Popolare segnò l’avvio di una fase di democrazia popolare, di un processo di inclusione e di giustizia sociale, per colmare il divario di censo e nell’accesso ai diritti. Si avviava, nel 1970, un cammino verso la giustizia e l’equità sociale, un percorso in cui il popolo cileno riacquistava la propria dignità.

Tutto ciò ebbe una fine l’11 settembre 1973, quando si aprì una fase inedita per il Cile, per l’America Latina e, in qualche modo, per il pianeta. Nonostante i colpi di stato, i regimi autoritari e le dittature militari avessero fatto parte della storia di questi paesi sin dall’indipendenza, ciò che si sarebbe visto a partire dal 1973 avrebbe rappresentato una rottura con il passato: non più un tentativo di conservare i privilegi ed i rapporti di forza esistenti, ma l’applicazione metodica di precetti economici basati sulle teorie economiche della cosiddetta Scuola di Chicago, oggi conosciute come neoliberismo. La dittatura, durata diciassette anni, avviò un processo di privatizzazione massiccia dei beni comunie dell’economia, l’apertura ai capitali stranieri, la finanziarizzazione a scapito della produzione industrializzazione nazionale, oltre la distruzione dei diritti sociali e civili dei lavoratori e dei cittadini. Furono misure economiche e sociali che poco a poco sarebbero state adottate dagli altri regimi militari della regione e dai governi di transizione democratica succeduti alle dittature, senza ripensamenti, fino alle rivolte argentine del 2001 ed all’avvento delle coalizioni progressiste e nazionaliste in quasi tutto il Cono Sud. Queste trasformazioni furono fatte “digerire” ai cittadini cileni e latino-americani con una brutale repressione, basata soprattutto sull’uso esteso della tortura e del terrorismo di Stato, che causò migliaia di desaparecidos. Da là, questo modello economico e sociale, con il suo corollario di repressione sanguinosa ed autoritarismo, si sarebbe espanso in vaste aree del pianeta, per il tramite di interventi strutturali di riduzione del debito estero, di aperture all’economia di mercato dei paesi del Socialismo Reale e di guerre umanitarie.

Ricordare oggi quegli eventi di quasi quarant’anni fa è un atto dovuto di omaggio al Cile ed al suo popolo, che ha pagato con il sangue, la repressione ed il “libero” mercato le propri aspirazioni di dignità nazionale e di riscatto sociale. Un ricordo che è importante tener vivo in questi tempi di memoria selettiva, per cui si strumentalizzano le migliaia di morti degli attentati del 2001 negli USA al fine di portare guerra nel Medio Oriente ed in Asia centrale ma si ignorano le decine di migliaia di vittime delle dittature e delle politiche economiche imposte dai governi occidentali al cosiddetto Terzo Mondo. Tempi in cui milioni di persone partecipano a quei riti di delirio collettivo e di isteria che sono i funerali dei VIP, perfetti sconosciuti il cui volto appare quotidianamente sui media, ma non versano una lacrima per gli innocenti che, per il fatto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, muoiono ogni giorno di fame, stenti e violenza di vario genere.

Nonostante gli auspici di qualcuno, la Storia non si è fermata nel 1989, anzi ha ripreso a correre negli ultimo decennio, prendendo talvolta la rivincita sul passato. Cosi anche il Cile, consacrato ancora un paio di anni fa come enfant prodige del modello neoliberista in virtù della vittoria alle elezioni presidenziali della destra che si rifa direttamente al regime di Pinochet, oggi è scosso da un’ondata di manifestazioni in cui si chiedono diritti universali quali istruzione e sanità pubbliche, nonché l’adozione di una nuova Costituzione che sia il punto di partenza di una società giusta ed equa, in cui non vi siano discriminazioni sociali, ma dignità.

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Nicola Melloni segnala il discorso pronunciato dal presidente Allende presso l’Università di Guadalajara, Messico. Pochi minuti che delineano il ritratto di questo uomo, un medico, con un profondo senso della giustizia e senza mezzi termini nel criticare chi coltiva i propri piccoli interessi, senza cura alcuna del prossimo, dell’umile.


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Dos muertos que nunca mueren
Di Monica Bedana

Secondo Gabriel García Márquez, Salvador Allende e Pablo Neruda sono i due morti che non muoiono mai. Entrambi consegnati alla Storia dopo l’11 settembre del ’73; Allende che muore nel Palacio de la Moneda imbracciando un fucile regalatogli da Fidel Castro, Neruda che dopo aver saputo del golpe inizia un’agonia di poco più di dieci giorni, accelerata dal veleno che gli somministrano in ospedale, secondo alcuni, o dal dolore, secondo altri, che gli provoca l’aver sentito per radio il discorso di addio di Allende.
Tre giorni dopo il colpo di Stato, Neruda detta il breve e doloroso ultimo capitolo delle sue memorie , dal titolo “Il mio popolo è stato il più tradito di questo tempo”:

Dai deserti di salnitro, dalle miniere sottomarine di carbone, dalle altezze terribili su cui giace il rame e lo estraggono con lavori inumani le mani del mio popolo, scaturí un movimento liberatore d’importanza grandiosa. Quel movimento portò alla presidenza del Cile un uomo chiamato Salvador Allende, affinché realizzasse riforme e misure di giustizia improrogabili, affinché riscattasse le nostre ricchezze nazionali dagli artigli stranieri.

Prima di arrivare alla presidenza, Allende fu cosí tante volte candidato che arrivò a dire che il suo epitaffio sarebbe stato “ Qui giace Salvador Allende, futuro presidente del Cile”. Cosí tante volte deputato e senatore, in una carriera parlamentaria fuori dal comune, che lo portò ad essere candidato in quasi tutte le province del Paese e quindi a conoscerlo palmo a palmo, dalla Patagonia fino ai confini col Perù. E secondo García Márquez, univa ad un istinto politico quasi animale un contatto caloroso e diretto con la gente, che lo portava a svolgere di casa in casa la sua missione di candidato con la stessa passione con cui un tempo aveva svolto la professione di medico di famiglia. Ascoltava le necessità del popolo, stringeva le loro mani, con qualcuno giocava una partita a scacchi, ad altri curava la tosse con un’ infusione. Il suo essere singolare suscitava anche sentimenti contradditori; già presidente, durante una manifestazione vide sfilare sotto il suo palco un uomo che portava uno striscione con la scritta “Este es un Gobierno de mierda, pero es mi Gobierno”. Allende si alzò in piedi, applaudí il manifestante e scese dal palco a stringergli la mano. El Presidente per antonomasia, i cileni quasi mai lo chiamano per nome; il primo che abbia parlato nel Paese dei diritti delle donne. E suo nonno, Ramón Allende, fu il fondatore della prima scuola laica del Cile.

Alle elezioni presidenziali del 1970, Neruda fu scelto come pre-candidato dal Partito Comunista, ma rinunciò alla pre-candidatura in favore di quella unica di Allende per Unità Popolare; e Allende, finalmente eletto, lo compensò con l’incarico di ambasciatore del Cile in Francia. Lí si trovava lo scrittore nel 1970, quando ricevette il Nobel di letteratura e l’emozionato riconoscimento di Allende in quell’occasione, unito ai ricordi di una traiettoria politica saldamente condivisa:

Personalmente ho motivi molto speciali per sentirmi in questo istante commosso da questa onorificenza concessa a Pablo, col quale per tanti anni ho partecipato alle lotte popolari. Fu compagno di molti viaggi al Nord, al Centro e al Sud del Cile. Ricorderò sempre con emozione come il popolo che ascoltava i nostri discorsi politici, ascoltava con emozione e in un silenzio pieno di aspettativa la lettura che Pablo faceva dei suoi versi. Che bello fu per me vedere la sensibilità del popolo e come i versi del poeta calavano nel cuore del popolo e nella coscienza della moltitudine cilena.

La casa di Neruda fu saccheggiata e i suoi libri bruciati in un nel rogo inutile da coloro che pretesero di annientare Allende quell’11 settembre. Inutile perché le parole dell’uno e le azioni dell’altro li avrebbero resi vicendevolmente immortali.

Qui in Cile si stava costruendo, tra difficoltà immense, una società veramente giusta, promossa sulla base della nostra sovranità, del nostro orgoglio nazionale, dell’eroismo dei migliori abitanti del Cile. Dalla nostra parte, dalla parte delle rivoluzione cilena, stavano la Costituzione e la legge, la democrazia e la speranza.

Le parole ultime di Pablo su Salvador, oggi più vive che mai.*

*La traduzione dei brani  tratti dall’ultimo capitolo della biografia di Pablo Neruda, “Confieso que he vivido”, è dell’autrice dell’articolo.

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TECNOLOGIE DELL’INFORMAZIONE E DEMOCRAZIA NEL CILE DELL’UNITÀ POPOLARE
di Perla Conoscenza

“Hay que parar al que no quiera
que el pueblo gane esta pelea
Hay que juntar toda la ciencia
antes que acabe la paciencia”.
Letra de la canción escrita por Stafford Beer y Ángel Parra
“Letanía para un computador y un bebe que esta a punto de nacer”.

Il Cile di Allende rappresentò una pietra miliare nella mia formazione, sia politica, che scientifica. Lo fu per tutto il Collettivo della facoltà di informatica di Pisa della seconda metà degli anni ‘70. Infatti il Cile di Allende – con il suo straordinario progetto cibernetico Cybersyn – fu la dimostrazione di come le tecnologie dell’informazione avrebbero potuto diventare uno strumento per il governo partecipativo dell’economia e dello Stato. Il progetto, compresa tutta la tecnologia sviluppata e la documentazione degli studi teorici, immediatamente dopo il colpo di stato furono distrutti.
Durante il governo socialista di Allende in Cile (1970-1973), ci fu il tentativo di riorientare le tecnologie dell’informazione verso obiettivi sociali anziché a fini di profitto o per scopi militari come avvenuto fino ad allora (e come avviene oggi). Il governo socialista, grazie al “Progetto Cybersyn”, sviluppò una rete informatica, teorie cibernetiche e una campagna di formazione, e partecipazione per gestire la transizione dell’economia del Cile dal capitalismo al socialismo. Il progetto fu sviluppato da un consorzio internazionale di scienziati che interagiva direttamente con il presidente Allende, e fu condotto direttamente dal ministro delle finanze Fernando Flores insieme al cibernetico Stafford Beer, e fu un approccio rivoluzionario di innovazione tecnica e sociale. La rete Cybersyn aveva l’obiettivo di dare supporto alla gestione dell’economia dei settori industriali e della distribuzione in Cile attraverso la condivisione in tempo reale delle informazioni e la partecipazione democratica di tutte le forze sociali coinvolte, a partire dai lavoratori. Questo sistema collegava tutti gli stabilimenti dei settori dell’economia appena nazionalizzati a Santiago e voleva rappresentare il “sistema nervoso” della società cilena, collegando tra loro luoghi di lavoro, cittadini e governo, in modo da includere i lavoratori e i cittadini nel processo di decisione.
Una sorta di internet in anticipo di decenni, ma socialista; una sorta di rete sociale, invece di essere orientata allo svago dei cittadini, orientata alla partecipazione diretta dei lavoratori. Cybersyn, inoltre, consentiva al governo di visualizzare le attività produttive in tempo reale. Durante lo sciopero ad oltranza dei camionisti privati le scorte di cibo e carburante minacciavano di esaurirsi. La rete di telex di Cybersyn fu utilizzata per ottenere informazioni su dove le scarsità erano peggiori e dove vi erano risorse da ridirottare in modo da alleviare i disagi. Così lo sciopero – sciopero politico organizzato dalla CIA per far cadere il governo Allende – non riuscì nell’intento di far cadere Allende. Cybersyn voleva essere un mezzo di pianificazione economica partecipativa, che cercava contemporaneamente di potenziare i lavoratori e rispettare la trasparenza e la democrazia, al contempo permettendo di esprimere i bisogni individuali, nel solco dell’ideologia socialista democratica del governo Allende. In Cybersyn furono anticipati molti dei concetti organizzativi e tecnologici che si sarebbero sviluppati solo dopo molti anni quali come l’organizzazione a rete, le reti sociali, l’elaborazione distribuita, il workflow e il knowledge management.
Lo sviluppo del progetto, rese evidente la non neutralità della scienza e della tecnologia, e mostrò concretamente la possibilità di riorientare lo sviluppo scientifico in senso socialista. Temi in quel periodo ben presenti (vedi: L’ape e l’architetto, Marcello Cini, 1976) e purtroppo oggi scomparsi dal dibattito e dall’approfondimento politico. Immediatamente dopo il colpo di stato tutta l’infrastruttura e la documentazione del progetto Cybersyn fu distrutta ed i partecipanti al progetto dovettero disperdersi e emigrare. È interessante notare che Fernando Flores fuggì in California, dove lavorò con Terry Winograd. Sotto l’influenza delle idee di Flores su come privilegiare l’usabilità per promuovere la partecipazione e l’estrazione di valore dall’intelligenza collettiva, Winograd insieme a Larry Page e Sergey Brin scrisse il primo articolo sulle fondamenta di Google, di cui erano fondatori.

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CANTO VIVO
La memoria di un popolo e della sua storia, a maggior ragione quando si tratta di una democrazia popolare, si costruisce anche attraverso le arti, espressione diretta di un’epoca. Proponiamo alcuni brani musicali segnalatici da Monica Bedana e Nicola Melloni.

A Salvador Allende en su combate por la vida
canzone di Pablo Milanés


Yo pisaré las calles nuevamente
canzone di Pablo Milanés


Yo pisaré las calles nuevamente
de lo que fue Santiago ensangrentada,
y en una hermosa plaza liberada
me detendré a llorar por los ausentes.

Yo vendré del desierto calcinante
y saldré de los bosques y los lagos,
y evocaré en un cerro de Santiago
a mis hermanos que murieron antes.

Yo unido al que hizo mucho y poco
al que quiere la patria liberada
dispararé las primeras balas
más temprano que tarde, sin reposo.

Retornarán los libros, las canciones
que quemaron las manos asesinas.
Renacerá mi pueblo de su ruina
y pagarán su culpa los traidores.

Un niño jugará en una alameda
y cantará con sus amigos nuevos,
y ese canto será el canto del suelo
a una vida segada en La Moneda.

Yo pisaré las calles nuevamente
de lo que fue Santiago ensangrentada,
y en una hermosa plaza liberada
me detendré a llorar por los ausentes.

(Pablo Milanés 1974)

El aparecido
canzone degli Inti-Illimani

Canción del poder popular
Inti-Illimani


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“1973/2011 – Ricordando quei giorni di settembre”
Di Adriana Re

Sono passati veramente tanti anni, anche se il volto di Salvador Allende è sempre vivo nella mia memoria, il volto di una persona onesta, motivata a dare un governo socialista ad un paese posto a sud del mondo, oggetto di dittature e colpi di stato a più riprese. Voleva dare una nuova dignità al suo paese, voleva rivolgersi ai più deboli, agli ultimi che avevano visto avvicendarsi sempre governi fascisti ed elitari, ed erano stati tenuti ai margini dell’economia. 

Lui aveva conquistato la Presidenza con le elezioni, democraticamente, con il sostegno delle masse popolari. Finalmente! Noi uscivamo dal ’68, eravamo pieni di ideali, pensavamo ad un mondo senza guerre e ingiustizie (che utopia!), cantavamo Joan Baez e Dylan, il PCI acquistava sempre più consensi. All’improvviso arrivò la notizia del colpo di stato; le avvisaglie c’erano state. Ai primi tentativi di Allende di fare leggi per il sociale erano iniziati gli scioperi da parte delle classi medie: continui gli scioperi di commercianti, benzinai, tassisti ed infine quelli ad oltranza dei camionisti, che bloccarono le strade e impedirono per giorni i rifornimenti. I media ogni giorno ci parlavano di scontri, del blocco dell’economia di quel paese! Sembrava che Allende avesse scatenato il furore popolare; “tutti” erano contro di Lui.

Devo ammettere purtroppo che ancor oggi ogni qualvolta in Italia sento parlare di scioperi da parte dei camionisti o dei tassisti mi si blocca lo stomaco, temo sempre l’arrivo di un potere forte. Pensiamo all’elezione di Alemanno a Roma, avvenuta dopo le rimostranze dei tassisti romani; anche durante il governo Prodi le corporazioni avevano levato gli scudi favorendo un clima di malcontento e indignazione alimentato ad arte dai media (questi non mancano mai). Poi un mattino di quel settembre 1973, i media ci fecero vedere le strade di Santiago invase dai militari, spari ovunque e soprattutto l’assedio contro la Moneda. Sperammo per qualche ora, ma quando vedemmo il fuoco uscire dai tetti, capimmo che per Allende era finita. I militari, Pinochet, avevano preso il potere, annientato un uomo e il suo popolo. Subito fu chiaro che dietro ai militari c’era la manus longa della CIA e degli statunitensi che per difendere i propri interessi economici e politici non avevano esitato ad armare e guidare una delle più feroci dittature. I governi europei e quello italiano si guardarono bene dal prendere le distanze e denunciare i poteri occulti che avevano scatenato tanto furore. Mi colpì molto che poco dopo il golpe degli atleti italiani parteciparono ad una manifestazione sportiva proprio in quello stadio che pochi mesi prima aveva visto imprigionati migliaia di oppositori o semplici cittadini, o ancor peggio bambini innocenti. Alle rimostranze di alcuni partiti politici ed associazioni fu risposto che lo sport doveva stare al di fuori della politica, che l’Italia non avrebbe potuto mancare alla competizione pena la squalifica delle squadre ed atleti.

Se la gente avesse la capacità di guardare oltre il proprio orticello e non si limitasse ad ascoltare i media e le loro campagne a favore del potente di turno, molti errori del passato si potrebbero evitare.
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Machuca

di Daniel Bernardo dos Santos [trad. Simone Rossi]

Diferente de muitos documentários que mostram o Chile de 1973 de maneira impessoal, quase didática, Machuca se preocupa em retratar como a sociedade Chilena é afetada através dos olhos de dois garotos de diferentes classes sociais.

O diretor Andrés Wood desenvolve sua narrativa sobre a improvável amizade entre o proletário Pedro Machuca e o burguês Gonzalo Infante ao mesmo tempo que pinta um retrato revelador, e as vezes chocante, de uma sociedade que acorda do sonho socialista para a terrível realidade de Pinochet.
[A differenza di molti documentari che mostrano il Cile del 1973 in maniera impersonale, quasi didattica, Machuca si prende cura di ritrarre gli effetti sulla società cilena attraverso gli occhi di due ragazzini appartenenti a due differenti classi sociali.
Il regista Andrés Wood sviluppa la sua narrazione sull’amicizia improbabile tra il proletario Pedro Machuca ed il borghese Gonzalo Infante e, nel contempo, produce un ritratto rivelatore, a tratti scioccante, di una società che si sveglia dal sogno socialista per trovarsi nella terribile realtà di Pinochet]
Scheda del film tratta da IMDb

http://www.imdb.com/title/tt0378284/

Il film può esser noleggiato nel Regno Unito presso il sito LoveFilm

http://www.lovefilm.com/film/Machuca/43366/

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Il film “Missing” (1982) di Costa-Gavras apre una finestra sul Cile dopo il golpe attraverso la storia di un cittadino statunitense che si mette alla ricerca del figlio, giornalista, scomparso, scoprendo i legami e le connivenze tra il governo del suo paese e le forze golpiste cilene. Nicola Melloni segnala alcuni passi significativi del film





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Epitaffio per l’altro 11 settembre

Di Daniel Dorfman (traduzione di Monica Bedana)

Quell’11 settembre letale -ricordo che era di martedí-, mi svegliò al mattino un suono d’angoscia, la minaccia di aerei che sorvolavano la nostra casa. Quando, un’ora dopo, scorsi una nube di fumo che saliva dal centro della città, compresi che la mia vita e la vita del mio paese era cambiata in modo drastico e perentorio, per sempre.

L’anno era il 1973, il paese era il Cile e le Forze Armate avevano appena bombardato il palazzo del presidente a Santiago, stabilendo fin dall’inizio la ferocia con cui avrebbero risposto a qualsiasi tentativo di contrastare il colpo di Stato contro il Governo democratico di Salvador Allende. Quel giorno, che inizió con la morte di Allende, finí per trasformare in un mattatoio la terra in cui avevamo tentato una rivoluzione pacifica. Sarebbero passati quasi vent’anni, che ho vissuto quasi completamente in esilio, prima che potessimo sconfiggere la dittatura e recuperare la nostra libertà.

Ventotto anni dopo quell’ inesorabile giornata del 1973, sopravvenne un nuovo 11 settembre, anch’esso un martedí mattina, e fu la volta di altri aerei, fu un’altra città, mia pure quella, a ricevere un attacco, fu un terrore diverso a scendere dall’aria, però di nuovo il mio cuore si riempí di angoscia, di nuovo confermai che più nulla sarebbe stato uguale, né per me né per il mondo. Questa volta il disastro non avrebbe colpito unicamente la storia di un paese e non sarebbe stato un solo popolo a patire le conseguenze dell’odio e della furia, ma l’intero pianeta.

Mi ha impressionato, negli ultimi 10 anni, questa giustapposizione di date. E’ possibile che la mia ossessione di cercare un senso oscuro dietro a tale coincidenza, si debba al fatto che io risiedevo in entrambi i paesi nel preciso momento in cui ressero il peso del doppio attacco, con la circostanza addizionale che queste due città aggredite costituiscono le fondamenta gemelle della mia identità ibrida. Perché sono cresciuto imparando l’inglese da bambino a New York e ho trascorso la mia adolescenza e gioventù a innamorarmi del castigliano a Santiago, perché appartengo in egual misura sia all’America del Nord che a quella del Sud, quindi non posso smettere di considerare in forma personale la parallela distruzione di quelle vite innocenti e nutro la speranza che dal dolore e dalla fervida confusione nascano alcune lezioni, magari qualche apprendimento.
Il Cile e gli Stati Uniti offrono in realtà modelli contrastanti di come si può reagire di fronte ad un dramma collettivo.
Una nazione sottoposta ad una avversità cosí brutale si confronta inevitabilmente con una serie di domande fondamentali che interrogano i suoi valori essenziali, la sua necessità di ottenere giustizia per i morti e risarcimento per i vivi senza fratturare ancor di più un mondo spezzato. E’ possibile restaurare l’equilibrio di quel mondo senza abbandonarci alla comprensibile sete di vendetta? Non corriamo il rischio di assomigliare ai nostri nemici, di trasformarci nella loro ombra perversa, non ci avventuriamo forse ad essere governati dalla nostra rabbia, che solitamente è una cattiva consigliera?
Se l’11 settembre 2001 può essere inteso come una prova per tastare la saggezza di un popolo, mi pare che gli Stati Uniti, sfortunatamente, non abbiano fatto un gran bell’esame. La paura generata da una piccola banda di terroristi condusse a una serie di azioni devastatrici che superarono di gran lunga il danno causato dalla strage originale: due guerre inutili; uno spreco colossale di risorse destinate ad uno sterminio, che avrebbero potuto essere impiegate per salvare il nostro pianeta da un’ecatombe ecologica e i nostri figli dall’ignoranza; centinaia di migliaia di esseri umani morti e mutilati e altri, milioni, alienati; un’erosione dei diritti civili e dell’uso della tortura da parte degli statunitensi che concesse ad altri regimi il visto per abusare ancor più delle loro popolazioni prigioniere. Ed infine il rafforzamento in tutto il mondo di uno Stato di Sicurezza Nazionale che esige e propoga una cultura di spionaggio, mendacia e timore.
Anche il popolo cileno avrebbe potuto rispondere alla violenza con altra violenza. Sovrabbondavano le ragioni che giustificavano il ricorso alle armi contro il despota che tradí e rovesciò un presidente legittimo. E tuttavia i cileni democratici ed i leaders della resistenza -con alcune deplorevoli eccezioni- decisero di cacciare dal potere il generale Pinochet per mezzo di un’attiva non-violenza, recuperando, a forza di braccia, un’organizzazione dopo l’altra, il paese che ci avevano rubato, fino a vincere il tiranno in un plebiscito che disponeva di abbondantissimi mezzi per ottenere la vittoria. Il risultato non è stato perfetto. Sebbene dopo decenni la dittatura sconfitta continui ad inquinare la società cilena, il modo in cui continuiamo a combattere continua ad essere un esempio, in defintiva, di come sia possibile creare una pace duratura dopo una perdita cosí grande, dopo tanta persistente sofferenza. Il Cile ha dimostrato una determinazione cauta e giudiziosa per garantire che mai ci sarà un altro 11 settembre di morte e distruzione.
Mi sembra meraviglioso e perfino magico che i cileni, quando presero la decisione di lottare con mezzi pacifici contro il malanimo, stessero destando, senza saperlo, l’eco di un altro 11 settembre. Quello stesso identico giorno, nel 1906, Ghandi, nell’Empire Theatre di Johannesburg, convinse migliaia di suoi compatrioti indiani ad usare la non violenza per impugnare una serie di ingiuste leggi discriminatorie che, di fatto, stavano preparando di già il futuro regime dell’apartheid in Sudafrica. Questa incipiente strategia della Satyagraha avrebbe condotto, negli anni, all’indipendenza dell’India e a molti altri movimenti per ottenere pace e giustizia nel mondo, compresa la lotta di Martin Luther King per l’uguaglianza razziale contro lo sfruttamento.
Centocinque anni dopo quella memorabile esigenza del Mahatma di immaginare un modo di uscire dal delirio e dalla trappola della collera, 38 anni dopo che quegli aerei mi svegliassero alla mattina per avvertirmi che non sarei mai più potuto scappare dal terrore, 10 anni dopo che la New York della mia infanzia fosse falcidiata dal fuoco, nutro la speranza che l’epitaffio finale per ognuno e tutti i possibili 11 settembre siano le parole melodiose ed immortali di Gandhi: “ La violenza dovrà avere la meglio sulla violenza solo quando qualcuno sarà in grado di dimostrarmi che il modo per sconfiggere l’oscurità è ulteriore oscurità”.
Ariel Dorfman, poeta, drammaturgo e autore di romanzi cileno, è anche un fervente attivista per i diritti umani e fu collaboratore del governo di Allende. Tra le sue opere più famose, “La morte e la fanciulla” e “Vedove”. Il suo ultimo libro, che parla dell’esilio negli Stati Uniti, è “Entre sueños y traidores”.
Questo articolo è apparso nel giornale spagnolo “El País” il 9 settembre 2011.
Qui il link all’articolo originale:

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Articolo tratto dall’edizione latino-americana di Le Monde Diplomatique sugli avvenimenti recenti del Cile, dove il movimento studentesco, quello sindacale e le comunità locali stanno unendo le proprie forze per richiedere una riforma dello Stato, che introduca servizi pubblici universali e garantisca istruzione e sanità per tutti. Segnalato da Simone Rossi:
http://www.eldiplo.org/index.php/notas-web/los-estudiantes-al-frente-del-cambio?token=&nID=1

Infine il link ad un sito per accedere ad archivi riguardanti il periodo del governo di Unità Popolare (1970/1973)

http://www.salvador-allende.cl/



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  1. bel lavoro, bel ricordo. Non sono molto d'accordo sull'analisi storica del rapporto liberismo-fascismo cileno, che pure c'è stato ed è sotto gli occhi di tutti. le dittature fasciste e militari sono sempre state tra loro molto simili nella loro apparizione e nella loro ragion d'essere, difendere una borghesia troppo debole ed incapace di essere, come avrebbe detto Gramsci, egemonica. Dunque, in questo non vedo nessuna differenza, ad esempio, tra franchismo e pinochettismo. Il programma economico chileno è cosa diversa. Certo diversa da altri modelli economici (ma anche quello di franco era molto diverso da quello di mussolini a sua volta assai diverso da quello di Hitler, ad esempio). I modelli economici sono dettati dalle diverse condizioni storiche e sociali, certo quello cileno rappresenta una svolta, ma è una svolta dettata dal processo tecnologico e dai mutamenti dei rapporti di produzione, e non dal fascismo che in sè non ha modelli economici se non quelli di difesa dei rapporti economici e sociali esistenti e messi in pericolo dall'evolversi della situazione politica e sociale. Soprattutto non direi che il neo-liberismo è stato imposto a forza di tortura. Il fascismo è stato imposto con la tortura, è cosa ben diversa. E' buona cosa, secondo me, tenere sempre separate le analisi, per quanto, ovviamente, i punti di contatto siano parecchi. E d'altronde questo corollario di morti e repressione non è stato così automatico, non essendo accaduto nulla di simile nè in Europa, nè negli Stati Uniti, ma neppure in Giappone, Corea, Sud Africa (dove anzi fu il primo governo anti-apartheid ad adottare quelle stesse misure economiche a là chilena). Chiarisco che non si tratta di difesa del neo-liberismo, lungi da me, ma di precisazioni (forse puntigliose), perchè gli avversari è meglio criticarli per quello che effettivamente fanno e non per colpe non necessariamente dirette.

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