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Uscire dall’Euro sarebbe disastroso. Ma forse Atene non ha più alternative.di Nicola Melloni

In Capitalismo on 13/05/2011 at 16:58

Negli ultimi giorni si sono intensificate le voci secondo cui la Grecia si stia preparando a ristrutturare il debito o, addirittura, ad uscire dall’euro. Sono voci che, nonostante le smentite dei vertici del governo greco, della Ue e della Bce hanno una qual certa consistenza.

Atene si trova in una situazione economica disastrosa. Il debito sta per raggiungere il 160% del Pil, le agenzie di rating continuano a declassare i titoli greci che sono ormai a livello “spazzatura” ed il mercato chiede ormai tassi di interesse del 16% su quegli stessi titoli, cinque volte di più del rendimento dei corrispettivi tedeschi. Il piano di salvataggio dello scorso anno, come per altro avevamo previsto, si sta dimostrando un buco nell’acqua.

Il perché è facilmente comprensibile. L’idea che la Grecia potesse rimettersi in piedi con il solo “lacrime e sangue” non ha fondamento senza una svolta autoritaria. Fmi e Ue hanno chiesto ai greci di stringere la cinghia ma in realtà quello che si sta chiedendo è una deflazione interna, come quelle che avvenivano nel XIX secolo quando il sistema monetario internazionale era governato dal Gold Standard, un sistema di cambi fissi che prevedeva l’auto-induzione di una recessione economica per riequilibrare i conti dello Stato in disordine. Questo modello, ovviamente, non era più sostenibile con la democratizzazione del XX secolo e gli Stati in difficoltà economica hanno cominciato ad usare un mix di politiche di rigore, svalutazioni competitive e politiche inflattive che riducono il valore reale del debito. La Grecia non è in condizione di farlo, essendo intrappolata dentro l’euro – non può svalutare per rilanciare l’economia e non può stampare moneta per finanziare la spesa pubblica (che è quello che stanno facendo, ad esempio, Stati Uniti e Gran Bretagna). E dunque il rilancio competitivo della Grecia deve avvenire attraverso la riduzione dei salari e delle condizioni di vita della popolazione, un’opzione insostenibile politicamente e non è un caso che si sia cominciato ad evocare lo spettro di Weimar, la democrazia tedesca travolta dalla crisi economica del ’29.

Dal punto di vista economico le prospettive non sono migliori: la deflazione la si raggiunge con l’aumento della disoccupazione che riduce i salari, ma questo vuol semplicemente dire anni di recessione che renderebbero ancora più drammatica la dinamica del debito: più si taglia, meno si cresce, più ancora bisogna tagliare.

Ecco allora che le ipotesi di ristutturazione del debito o di uscita dall’euro prendono quota, scatenando il panico nelle cancellerie europee e nei mercati internazionali. La ristrutturazione, infatti, significherebbe che una parte del debito verrebbe rimodulata, con pagamenti dilazionati nel futuro o, realisticamente, cancellati. Questo inevitabilmente metterebbe una grandissima pressione sulle banche che hanno prestato denaro alla Grecia a prezzi quasi da usura. Da una parte i più grandi creditori di Atene sono le banche tedesche, il che crea non pochi grattacapi al governo di Berlino che si trova stretto in una duplice morsa: da una parte l’elettorato tedesco che non vuole pagare i debiti greci, dall’altra le banche che hanno bisogno del salvataggio della Grecia. Inoltre il panico che si scatenerebbe sui mercati internazionali si diffonderebbe presto agli altri paesi europei con situazioni economiche instabili, in primis Irlanda e Portogallo, ma anche Spagna e Italia.
I mercati internazionali già adesso non si fidano di questi paesi, intrappolati tra una situazione economica critica ed un meccanismo istituzionale europeo incapace di porvi rimedio. Non a caso gli interessi pagati sul debito spagnolo sono del 60% più alti di quelli pagati sul debito inglese nonostante una situazione economica sostanzialmente simile, con la differenza però che la Gran Bretagna ha ancora il controllo sulla sua politica monetaria. La reazione a catena che la ristrutturazione del debito greco potrebbe scatenare rischia dunque di mettere altri stati del vecchio continente in una situazione di sostanziale incapacità di ripagare il proprio debito.

Ancora più scioccante sarebbe la scelta della Grecia di uscire dall’euro con il rischio di frantuamare l’intera Unione monetaria. Tale opzione avrebbe effetti disastrosi sull’economia greca, che si concretizzerebbe in un probabile bank-run e la conseguente chiusura temporanea del sistema bancario, con tutto quel che ne consegue. Le prospettive di medio termine potrebbero però essere migliori, la nuova dracma svalutata rilancerebbe la competitività della Grecia e con il debito congelato il governo potrebbe concentrarsi in politiche di stimolo fiscale per rilanciare la crescita – quello che, come detto, hanno fatto Usa e Uk ma anche l’Argentina ai tempi della crisi finanziaria del 2001, con risultati più che soddisfacenti. Certo si tratterebbe comunque di un passaggio drammatico che nessun governo può prendere a cuor leggero. Ma i costi sproporzionati che Ue e Fmi stanno imponendo al popolo greco potrebbero non lasciare alternative.

Da “Liberazione” del 12/05/2/11

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