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Pensieri sulla nostra Costituzione

In Iniziative e campagne resistenti on 12/03/2011 at 08:30


Il testo completo della Costituzione italiana lo trovi cliccando QUI .
In questo post, scorrendo verso il basso, troverai i dodici principi fondamentali e tutti gli altri articoli citati dalle persone che hanno voluto esprimere un pensiero sulla nostra Costituzione.
Se vuoi aggiungere il tuo pensiero, scrivici a:
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Art. 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.


Francesco, Losanna


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La Costituzione si apre su democrazia e lavoro. Lascio ad altri, non per disinteresse ma per non dire sciocchezze, il tema del lavoro. Sulla democrazia, l’articolo 1 ha la concisione e l’esattezza dei classici del costituzionalismo moderno. L’Italia è democratica, perché la sovranità appartiene al popolo. Ma questa sovranità non si riduce alla sola dominazione della maggioranza, né tantomeno alla dominazione del’ “unto” dalla maggioranza elettorale (figura peraltro sconosciuta al nostro sistema costituzionale, parlamentare). No: la democrazia – maggioritaria – si esercita “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E dunque, per prima cosa, nel rispetto dei diritti fondamentali e della separazione dei poteri. Qui l’eco è forte del’art. 16 della Dichiarazione del 1789, altro classico indiscusso: “Toute société dans laquelle la garantie des droits n’est pas assurée ni la séparation des pouvoirs déterminée, n’a point de Constitution”. La sovranità si esercita, anche ed in particolare, nel rispetto dello Stato di diritto. Il popolo sovrano si esprime per leggi approvate dal Parlamento, ed i giudici sono “soggetti soltanto alla legge” (art. 101), non agli umori dell’opinione pubblica. Così come, in nome dello stesso principio, il legislatore è soggetto al sindacato di costituzionalità (art. 134). Persino il potere costituente trova il limite dell’art. 139. Di una brevità tacitiana, l’articolo 1 riassume insomma l’essenza del costituzionalismo ed il rifiuto secco di ogni deriva populista ed autoritaria. Un articolo da mandare a memoria…





Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Simone , Parigi

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Di grande attualità questo articolo. Il decentramento é alla base di una democrazia solida, fondata sulla partecipazione e il rispetto di valori importanti, come la solidarietà, il vivere in collettività, ma anche il lavoro e la cultura (soprattutto per un Paese come l’Italia dove il locale ha un’importanza tutta particolare). Nuove e importantissime “missioni” sono oramai affidate all’azione dei comuni e degli enti locali che si trovano a doverli affrontare sempre più soli: immigrazione, povertà, disoccupazione, istruzione. Ma anche « il più ampio » decentramento serve a poco se lo stato non mette a disposizione le risorse necessarie. Il governo della destra ha condotto fino ad oggi una politica cieca e devastatrice, che ha tagliato fondi ai comuni (tagli per 1,8 miliardi di euro ai trasferimenti statali 2011 per province,300 milioni, e comuni con più di 5.000 abitanti, 1.500 milioni. Un taglio pari all’11,7%. E questo è solo un assaggio: nel 2012 i tagli erariali saranno ancora più tremendi e alle Province italiane sarà tolto ancora 1,5 miliardi di euro). Le conseguenze di queste politiche si faranno sentire, violentemente sui servizi e questo avrà un impatto enorme sulla società. La privatizzazione dei servizi non sembra tanto lontana. Ma le conseguenze già le consociamo (modello anglosassone esportato un po’ ovunque nel mondo…)…A questa belle manovrine si aggiunge la fantomatica legge per un federalismo fiscale “all’italiana” che sembra aggiungere altri problemi invece di risolverli…


Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Lorenzo, 10 anni, Venezia:
L’articolo della Costituzione che mi ha colpito di più è stato l’art.3, dove si dice che tutti siamo uguali davanti alla legge, perchè io lo so già che siamo tutti uguali, anche se abbiamo nazionalità diverse e colori della pelle diversa, ma non pensavo che anche la legge lo sapesse. Adesso sono sicuro che anche se il mio amico Monan (Bangladesh) quando sarà grande sbaglierà, verrà giudicato come se fossi io!

Jacopo, Roma:
Analizzando entrambi i corpi dell’articolo, per quanto riguarda la prima parte mi pare che in Italia, ultimamente, siamo messi proprio maluccio, soprattutto perché l’articolo cita “condizioni personali e sociali”, ma il testo andrebbe aggiornato specificando il termine “economiche”. Se addirittura un capo di governo si può permettere di remunerare profumatamente prostitute, spesso minorenni, per i suoi “giochi porchici” viene violata palesemente (anche se a titolo “personale” ma, pur sempre tra una delle più alte cariche dello Stato stesso) moralmente la loro dignità sociale (ammesso che il premier stesso ritenga di averne, tra l’altro, una propria). E, davanti alla legge, sarà ancora più evidente, proprio per la loro diversa condizione personale e sociale, la loro disparità).

Ma se veramente vogliamo metterci a cavillare ci accorgiamo che l’intera maggioranza, negli ultimi anni, spesso ha violato la Costituzione nella stragrande maggioranza dei suoi articoli.

Il problema dell’articolo 3, però, volendo fare un discorso più ampio, è che le istituzioni della Repubblica non sono, ormai da troppo tempo, in grado di garantire la parità sociale e morale dei cittadini e degli stranieri che oramai fanno parte della nostra società e della nostra economia a tutti gli effetti.

Più che riformare le leggi e gli articoli costituzionali, come la maggioranza di Governo vorrebbe da tempo fare (purtroppo per proprio tornaconto più che per interesse sociale), sarebbe più opportuno riformare le istituzioni preposte a garantire il rispetto di quanto stabilito dalla Costituzione stessa, scritta più di mezzo secolo fa ma quanto mai attuale.

Katy, francese in Italia, Aosta:
Vista da una francese che 40 anni fa ha scelto di vivere in Italia e ancora non ha cambiato idea, l’Italia è una fanciulla che la sua giovane età rende talvolta un po’ confusa e spesso anche assai confusionaria. Ha però dalla sua una sana e robusta Costituzione che basterebbe applicare per farne un paese moderno, credibile e affidabile.
Sporcaccioni, giù le mani dalla Costituzione !!!

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

Art. 6

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art.7

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.[1]

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. [2]

Art. 9

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Francesca, Londra:

Una piccola grande vittoria a favore del patrimonio storico italiano e del suo paesaggio passa attraverso la Sardegna e conferma la validità del dettato costituzionale come espresso nel secondo comma dell’ articolo 9 della nostra Carta Fondamentale. Qualche settimana fa il Consiglio di Stato ha infatti emesso una sentenza che dovrebbe chiudere una delle vicende più tormentate nella storia recente della tutela dei beni paesaggistici in Italia. Le “mani sulla città” e, in questo caso, sulla necropoli punica del colle di Tuvixeddu a Cagliari (con migliaia di sepolture di epoca cartaginese scavate dal VI secolo a.C.) erano quelle del Comune e dell’impresa di Costruzione (Coimpresa), che avrebbero occupato 50 ettari di terreno con 260 mila metri cubi di edifici di lusso. La sentenza del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso della Regione Sardegna e di Italia Nostra, ha confermato i vincoli che l’allora governatore Renato Soru impose su quell’area e ha bocciato una precedente decisione del Tar che aveva dato il via libera ai lavori. In che modo tale sentenza tiene a mente e applica il principio espresso dall’articolo 9 della Costituzione?

Secondo i giudici del Consiglio di Stato, non solo vanno sottoposti a tutela i beni archeologici, ma anche il contesto paesaggistico in cui questi sono inseriti: “Cura dell’interesse pubblico paesaggistico”, si legge nella sentenza, “concerne la forma circostante, non le strette cose infisse o rinvenibili nel terreno con futuri scavi”. Inoltre, altro punto di interesse, sostenere che il paesaggio è già gravemente manipolato, non è una buona ragione per danneggiarlo ulteriormente. Questo argomento, spesso sostenuto, come nel caso specifico, da chi propone di costruire in zone di pregio, ma occupate da altri edifici o da stabilimenti industriali, è stato fortemente contraddetto dai giudici, per i quali se un paesaggio ha perso la propria integrità ciò rappresenta un motivo in più per attivare forme maggiormente rigorose di tutela, non ulteriori spoliazioni.

Il caso di Tuvixeddu riporta al centro del dibattito le modalità con cui la promozione e con essa la tutela dei beni culturali devono essere espletate: se infatti si è passati col tempo da una concezione puramente statico-conservativa della tutela dei beni a una concezione dinamica, orientata al loro pubblico godimento (in quanto strumenti di crescita della società), i termini di tale promozione e tutela non consentono un intervento pubblico come “di parte” o “politico” (espressione solo della maggioranza), bensì come “imparziale” o “neutro”. Tanto meno tale promozione sarà tesa a soddisfare interessi economici privatistici che subordinano la “primarietà del valore estetico-culturale” ad un vantaggio particolaristico (ivi compreso quello economico), non ispirato al pluralismo culturale e quindi non indirizzato alla collettività (come sottolineava già una sentenza della Corte Costituzionale nel 1986).

L’annoso paradosso su cui si è avvitata storicamente l’amministrazione dei beni storico-artistici in Italia, fra l’ibernazione del paesaggio (il mito dell’intangibilità o “linea archeologica”) e la sua continua violazione (il “culto del mattone”, figlio di una cultura arcaica dove quel che conta è la rendita fondiaria o l’investimento in un beni immobili), cela l’esistenza di una terza (e più saggia) via, ancora poco praticata. Salvatore Settis nel suo Paesaggio Costituzione Cemento (2010) non si oppone alla possibilità di una trasformazione del paesaggio, ma a patto che questa interpreti la logica che il paesaggio contiene, una logica che è portatrice di valori civili e precipuamente nazionali. Allo stesso modo in un suo famoso discorso al Senato della Repubblica (14 aprile 1964) lo scrittore Carlo Levi aveva fotografato la “distruzione attuale” del patrimonio come una “perversione” che nasce dalla presenza di «forze negatrici della storia […] negatrici in generale di un qualunque rapporto di libertà». Si tratta di un «mondo totalitario privo di autonomia e quindi, di possibilità di forma, con la presenza di gruppi di potere mossi soltanto dal puro interesse economico, espressioni puramente economiche, in senso mercantile, di una civiltà di cosificazione dell’uomo».

I problemi del patrimonio artistico, problemi, se vogliamo estetici, non hanno un carattere puramente tecnico, ma si legano veramente a tutta la struttura di un Paese. Ecco perché il nostro patrimonio guadagna un’un’evidenza centrale tra i principi fondamentali della Costituzione: i beni artistici «organicamente e contemporaneamente connaturati alla dimensione civile della nazione», non sono «un ornamento a cui molti, i più, potrebbero essere indifferenti, di fronte a problemi più urgenti e più personali». Al contrario essi sollecitano quel principio di esistenza che riguarda, per ciascuno, «la sua individuazione storica, cioè la sua possibilità di essere, e di essere per il futuro, come portatore e creatore di storia» (Levi, 1964).

Gaetano, Seoul:
Ogni volta che mi soffermo a leggere la Nostra Costituzione, il tempo sembra soffermarsi e le parole scorrono lente e colme di significato; un significato che oggi sembra essere stato accantonato .
La Costituzione della Repubblica Italiana e’ per me il breviario del prete, l’orsacchiotto dei piccoli dal quale non si staccano mai: e’ la mia compagna, e’ la mia fonte di ispirazione.
Se dovessi scegliere il più bello degli articoli della Nostra Costituzione sarei in forte imbarazzo ma ne cito due pieni della consapevolezza della centralita’ della persona e della coscienza che l’Italia rappresentava ieri e dovrebbe farlo oggi la locomotiva europea e del mediterraneo, l’articolo 9, qui sopra, e l’articolo 37, che dice: La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.
Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.


Art. 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici. [3]

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

Monica, Salamanca
Questo è l’articolo di cui quasi tutti oggi si chiedono se davvero ce ne fosse bisogno, se servisse un articolo della Costituzione per descrivere la bandiera italiana. Forse perché nessuno più ricorda, o le maestre a scuola non spiegano più quella leggenda che da bambina mi lasciava sgomenta; che il verde è quello dei nostri prati, il bianco rappresenta la neve delle nostre montagne ed il rosso il sangue dei nostri caduti.
O forse perché qualcuno ha davvero seguito il consiglio del ministro Tremonti e si è fatto un panino con la Divina Commedia, si è mangiato quei tre versetti del Purgatorio in cui anche a me piace pensare che Beatrice appaia a Dante abbigliata con la prima bandiera italiana.
E mi piace questo video dei fratelli Fiorello in omaggio al tricolore

Art. 21

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.


Remy, Aosta:
60 anni fa, all’uscita da una doppia guerra (anche quella civile di liberazione) i padri costituenti già pensavano a creare qualcosa che LI controllasse e controllasse ogni governo futuro. Ora dobbiamo difendere questa saggezza da continui attacchi populisti e, qualcosa comincia a muoversi.

Genny, Dublino:
La possibilità di manifestare liberamente il proprio pensiero, diritto garantito in Italia dall’articolo 21 della Costituzione, è viziato in partenza dal conflitto di interessi mediatico imputabile al primo ministro Berlusconi.
Tale conflitto di interessi presenta due grandi anomalie.
La prima anomalia riguarda il duopolio televisivo. Un imprenditore privato, Berlusconi, è
proprietario di un numero di reti pari o superiore a quelle dell’ente pubblico oltre che di testate
giornalistiche e varie case editrici. Questa anomalia era già presente in Italia prima dell’ascesa di
Berlusconi a primo ministro.
La seconda anomalia si concretizza quando Berlusconi diventa capo del governo e controlla così la maggioranza dei mezzi di comunicazione in Italia.
In nessun paese democratico si può essere monopolisti televisivi e stare al vertice del sistema
politico. Un capo di governo che possiede la maggioranza dei mezzi di comunicazione impedisce
di fatto la possibilità oggettiva che tutte le diverse opinioni vengano veicolate dai mezzi di
comunicazione.
Oltre che ad essere viziato alla base, il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero è
sempre più messo in discussione dalle numerosissime aggressioni verbali del governo a chi non ne condivide la linea politica e dai tentativi di intimidazione a forza di nuove proposte di legge al fine di imbavagliare le opinioni critiche nei confronti dell’operato di Parlamento e Governo.
Ricordo le recenti aggressioni verbali da parti di diversi esponenti del governo e della maggioranza alla manifestazione delle donne dello scorso 13 febbraio piuttosto che a quella degli studenti dello scorso autunno, il blocco delle intercettazioni, la legge bavaglio sui giornali, la recente proposta PDL di alternare settimanalmente i conduttori che di fatto permetterebbe al Governo di controllare il palinsesto televisivo pubblico.
Queste numerose aggressioni dimostrano quanto la libertà di manifestare liberamente il proprio
pensiero sia di fatto messa in discussione. Il governo dovrebbe essere il governo di tutti i cittadini, e non solo di una parte e come tale dovrebbe essere aperto a recepire e valutare le voci di tutti i cittadini indipendentemente dalla loro appartenenza politica.

Art. 29:
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Monica, Salamanca:
Mi piacerebbe che nel ventunesimo secolo anche le coppie di fatto o quelle formate da persone dello stesso sesso vedessero finalmente riconosciuti i loro diritti come unità familiare. La loro eguaglianza morale e giuridica non è affatto diversa o minore, a mio avviso, da quella considerata valida nei matrimoni tradizionali.

Art. 36:

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Alessandro, Londra
In questa fase di riflusso e conflitto drammatico tra capitale e lavoro, appare quanto mai appropriato richiamare l’attenzione sul titolo III della Costituzione, che regola i Rapporti Economici della Repubblica.
L’articolo 36, secondo nel Titolo corrispondente, stabilisce innanzitutto che la retribuzione percepita da un lavoratore sia funzione della qualità e della quantità della prestazione. A parte l’ovvio criterio della proporzionalità tra “quantità” della prestazione e compenso, credo che la “qualità” della stessa non andrebbe solo misurata come difficoltà tecnica, competenza specifica o generazione di profitto, ma anche in termini di progresso e utilità sociale. Penso ad esempio alla scuola, alla ricerca universitaria, all’assistenza sociale, tutte professioni ad alto valore aggiunto e socialmente fondamentali, il cui mancato riconoscimento anche a livello retributivo finisce per agire da deterrente verso potenziali talenti che dovrebbero invece poter trovare uno sbocco proficuo in queste aree.
L’articolo evidenzia anche il significato sociale della retribuzione, che non rappresenta solo la contropartita di un servizio ma serve a garantire al lavoratore una vita libera e decorosa. Non vi e’ vera libertà se il salario percepito non consente una vita dignitosa per il lavoratore e per la sua famiglia, se le esigenze base come il diritto a una casa o la possibilità di un’educazione scolastica per i figli sono negate per mancanza di risorse.
Infine, l’articolo tocca un punto che trovo centrale in questa fase storica: la non disponibilità di alcuni diritti. La legge stabilisce la durata massima della giornata lavorativa, ovvero la costituzione protegge il lavoratore dagli eccessi di sfruttamento tipici, ad esempio, della Rivoluzione Industriale, e ancora drammaticamente attuali in svariati contesti produttivi internazionali con i quali dovremmo “competere” direttamente secondo il pensiero liberista dominante. Ma il principio ha attualità anche in un contesto nazionale, se si pensa al lavoro nei campi del meridione gestiti dal “caporalato”, o alla condizione di molti immigrati, o al diffusissimo lavoro nero che nega ogni diritto al lavoratore rendendo invisibile. Allo stesso modo, i diritti alle ferie e al riposo sono intangibili, e non possono essere resi oggetto di un contratto privato in quanto attengono alla sfera dei diritti inalienabili dell’uomo-lavoratore. Viene da dire che la Costituzione difende esplicitamente la causa per cui il gruppo autore di questo blog si era originariamente costituito (supporto alla FIOM nella vertenza con Fiat).


Art. 41.

L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza,
alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e
privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Nicola, Londra:

Si tratta di uno degli articoli sotto attacco, il Governo Berlusconi lo vorrebbe cambiare perchè lega
con lacci e lacciuoli l’iniziativa d’impresa. Sarebbe uno dei migliori esempi di Costituzione Sovietica,
quindi in un vero stato liberale un tale articolo non ha da esistere. E’ vero invece il contrario: la
Costituzione nasce nel 1946, con alle spalle non solo la Resistenza e la Seconda Guerra Mondiale,
ma anche la crisi del 1929, quando un capitalismo senza freni portò alla catastrofe economica ed
indirettamente proprio alla reazione autoritaria in Europa. La Costituzione riconosce la centralità
dell’iniziativa economica privata, cioè del mercato. Ma parla anche dei limiti del mercato, che non
è sempre efficiente. Si tratta di un retaggio Marxista? E’ il frutto di quegli anni passati e dunque
inattuale? Andiamo per gradi:
• Trent’anni di deregulation e liberalizzazioni hanno portato alla crisi del 2007 e dunque in
realtà una mediazione pubblica all’egemonia del mercato è necessaria ora più che mai.
D’altronde è proprio Tremonti a scrivere libri e tenere conferenze sul pericolo dell’ideologia
mercatista e l’articolo 41 sembra proprio fatto per porre limiti a tale ideologia.
• Soprattutto non si tratta di un articolo di matrice Marxista, ma qualsiasi buon liberale lo
dovrebbe sottoscrivere. La teoria neo-classica riconosce l’esistenza di “negative externality”:
una transazione economica privata può avere l’effetto di arricchire i contraenti ma
impoverire il resto della società (“l’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con
l’utilità sociale”). L’esempio più ovvio è l’inquinamento. La stessa teoria economica prevede
che lo Stato intervenga (“la legge determina i programmi”) per evitare tale esternalità. Il
dettato Costituzionale segue dunque un liberalismo di buon senso e non un comunismo da
battaglia.
• Infine è davvero sorprendente che mentre industria e finanza scoprono, in ritardo sulla
nostra preveggente Costituzione, CSR (Corporate Social Responsability) e SRI (Socially
Responsible Investment
), l’attuale maggioranza di governo voglia tornare indietro di 30 anni.
I mercati finanziari riconoscono le responsabilità sociali dell’impresa ed i fondi che investono
in compagnie etiche e responsabili sono in costante crescita. In Italia questo mercato è
naturalmente marginale e sottosviluppato, quindi andrebbe incentivato e non certo punito
da iniziative politiche strumentali.
In conclusione l’art.41 non ha l’intenzione di uccidere il mercato, ma di salvare il capitalismo da
sè stesso, una cosa che i liberali da strapazzo dovrebbero forse tenere in considerazione prima di
lanciarsi in crociate ideologiche.

Simone, Londra
Ho letto la Costituzione della Repubblica Italiana più volte nella mia vita, dai tempi del liceo ad oggi. Inizialmente l’articolo 41 mi è sfuggito nella sua essenza ed importanza, ma a forza di rileggere il testo della Carta, esso è uno di quelli cui posso dirmi più affezionato. A maggior ragione in questi ultimi due decenni, in cui la logica liberista del “gli affari prima di tutto” imperversa. Il lavoro, l’individuo e la collettività ormai sono disprezzati e calpestati da un modello economico che è basato sulla menzogna secondo cui la libertà dell’imprenditore di arricchirsi ad ogni costo è foriera di un arricchimento generalizzato per un presunto effetto a cascata. Un modello de-umanizzato, non più al servizio della collettività, ma che sfrutta l’essere umano come si sfrutterebbe una macchina; un modello in cui non si lavora più per vivere, ma si sopravvive per lavorare, per produrre una ricchezza di cui solo una minoranza disumana e spietata godrà.
Credo, quindi, che leggere e far leggere l’articolo 41 sia importante per mantenere vive le coscienze ancora attive e risvegliare quelle dormienti. Per dire loro che un altro mondo è possibile e dobbiamo lottare per conquistarlo.


Art. 42.

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a
privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di
acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla
accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata
per motivi d’interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti
dello Stato sulle eredità.

Nicola, Londra:
Anche in questo caso si tratta di un articolo che democratizza il mercato. La Costituzione
nuovamente riconosce il carattere “capitalista” dello Stato italiano, la proprietà infatti è pubblica
ma anche e soprattutto privata. Nuovamente però individua anche un limite alla proprietà privata, l’interesse generale. I fondamentalisti neo-liberali hanno a lungo insistito che l’inviolabilità dei diritti di proprietà è la conditio sine qua non per un adeguato ciclo di accumulazione capitalista: l’imprenditore che non è sicuro di poter godere dei frutti del proprio lavoro non avrà incentivi ad impegnarsi in attività di investimento. Il ragionamento non fa una piega, ma portato alle sue estreme conseguenze (la protezione del mercato viene prima delle esigenze della collettività) implica una dittatura del mercato su società e politica e rappresenta dunque un vulnus alla democrazia.
L’articolo 42 non mette in discussioni le basi del capitalismo, ma ne delimita i confini. Si tratta
della base politica dell’ embedded liberalism di Karl Polanyi, cioè il mercato esiste solo all’interno
della società e non al di sopra di essa. L’attività economica è parte della vita umana e ha su questa ricadute importanti, decisive; proprio per questo il cittadino-lavoratore, nei limiti garantiti dalla Costituzione e dalla legge, interviene per la regolamentazione di tale attività economica. In fondo l’idea è che il mercato, e dunque la proprietà privata in esso, non è un fenomeno trascendente ma un costrutto umano e come tale dagli uomini, democraticamente, può essere modificato.

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