resistenzainternazionale

Per l’otto marzo

In Iniziative e campagne resistenti on 08/03/2011 at 20:01

Gli articoli:
– I nostri diritti, tutti diversi e tutti uguali
di Genny Carraro


– La festa delle donne
di Carla Gagliardini
– Omaggio ad Argentina Altobelli
di Monica Bedana

– Figli o non figli, è davvero questo il problema?
di Veronica Collalti
– Per un’emancipazione maschile
di Irene Zampieron
– La donna-merce ed il capitalismo
di Nicola Melloni

– Nel nome del padre: un’Italia da decolonizzare
di Francesca Congiu

E…
… pensieri femminili sparsi

I nostri diritti – tutti diversi e tutti uguali
8 Marzo: i diritti delle donne


di Genny Carraro

L’8 Marzo viene celebrato come il “giorno internazionale della donna” in tutto il mondo. Questa giornata, anche se spesso strumentalizzata o svilita dalla società contemporanea, festeggia le conquiste politiche, economiche e sociali delle donne, e al tempo stesso risuona come un grido di speranza per quelle donne che ancora in troppe parti del mondo vedono i loro diritti di genere e di persone calpestati ed ignorati.

Il giorno internazionale della donna ha le sue fondamenta nella battaglia che per secoli le donne hanno combattuto per poter partecipare, in maniera egualitaria, alla società civile. Si è però dovuto attendere fino ai primi anni del XX secolo per avere i primi movimenti organizzati di donne. Ufficialmente “il giorno internazionale della donna” fu celebrato il 19 Marzo 1911 in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera, quando più di un milione di donne e uomini marciarono domandando non solo il diritto al voto ed il diritto a partecipare alla vita pubblica, ma anche il diritto al lavoro, alla fine delle discriminazioni delle donne nella società.
Da allora la tutela dei diritti umani delle donne ha ricevuto un impulso significativo grazie agli strumenti internazionali e all’impegno profuso dalle Nazioni Unite nel loro riconoscimento e nell’elevamento dei relativi standard sociali delle donne.

A partire dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo del 1948 fino al recente Protocollo aggiuntivo alla Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, i diritti delle donne sono stati oggetto di un lento processo di espansione e ridefinizione. La Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Convention for the Elimination of all forms of Discrimination Against Women-Cedaw) approvata nel 1979 costituisce la piu’ estesa carta mondiale dei diritti delle donne e stabilisce gli standard di uguaglianza, punto di riferimento per le donne di tutto il mondo.


Ciò nonostante, sia in occidente che nei paesi meno sviluppati, si è ben lontani dal raggiungimento di pari diritti fra uomini e donne. Le quotidiane esperienze ci mostrano come nella stessa Europa, nei paesi piu’ avanzati dal punto di vista economico, le fasce della popolazione piu’ “deboli” siano ancora discriminate. Le stesse donne hanno ottenuto il diritto al lavoro, ma spesso le loro capacita’ non sono equamente valutate: per una donna nella maggior parte dei casi e’ molto piu’ difficile raggiungere posizioni manageriali, raggiungere un salario equiparato a quello della sua controparte maschile; spesso le donne occupano posizioni precarie; la mancanza di strutture adeguate per la cura del bambino precludono alla donna una carriera nel mondo lavorativo. Nonostante il livello di alfabetizzazione e di scolarizzazione delle donne sia aumentato, secondo il rapporto delle Nazioni unite del 2010 su 774 milioni di analfabeti nel mondo, i 2/3 sono ancora donne.

Tutti diversi e tutti uguali
Ai giorni nostri la diversità di genere viene misurata mediante i seguenti indicatori: la partecipazione al lavoro e le opportunità economiche, il livello di scolarizzazione, la rappresentanza politica e la partecipazione alla vita istituzionale, la salute e la longevità.
Tuttavia c’è un aspetto che non può essere tenuto in conto dalle statistiche: il raggiungimento dell’uguaglianza dei diritti economici, politici e sociali pare essere frainteso, anche dalle stesse donne, con il voler e dover essere uguali in tutto e per tutto agli uomini. Avere parità di diritti non significa infatti che le donne debbano pensare o comportarsi come gli uomini, raggiungere gli stessi obiettivi, fare gli stessi lavori, snaturare la loro parte femminile per essere quanto più “uguali” agli uomini. La stessa natura fisica della donna, donatrice di vita e madre, le assegna un ruolo inequivocabilmente diverso da quello dell’uomo, ruolo fondamentale ed al quale la donna non deve rinunciare per paura di essere “inferiore” all’uomo. Le donne sono uguali agli uomini, ma in modi diversi; le capacità delle donne sono in certa misura diverse da quelle degli uomini, devono essere sviluppate in maniera diversa, ma questo non rende donne ed uomini meno uguali le une agli altri. Questa consapevolezza dovrebbe essere il punto di partenza per un nuovo pensiero di noi donne.

Purtroppo in alcuni Paesi in via di sviluppo i diritti fondamentali della persona e i diritti della donna devono ancora essere formalmente assicurati sulla carta prima ancora che nella vita civile, e la diversità di genere si intreccia con una più generica lotta all’affermazione dei diritti fondamentali della persona, quali il diritto al cibo, alla salute, alla vita.

In ogni caso segregazioni e discriminazioni colpiscono tuttora non solo le donne, ma buona parte della popolazione mondiale, per motivi economici, culturali, sociali e geografici.
Il concetto di “pari diritti ed opportunità” è un punto cruciale per diverse fasce ai margini della nostra società. Quella parte di popolazione che presenta caratteristiche come disabilità, diverso colore di pelle, diverso orientamento sessuale o in generale bambini, vecchi, donne, combatte in tutto il mondo contro un’ingiustificata discriminazione per essere inclusa nella società e per il raggiungimento delle pari opportunità. Questa lotta spesso si basa su due fronti; uno che è la partecipazione nella società e quindi accesso all’educazione, ai servizi, all’occupazione, sanità, eguali diritti di fronte alla legge. Il secondo fronte, altrettanto importante, è la lotta per il raggiungimento della stima in se stessi, il proprio valore come persone, accettazione di chi si è, e di come si è, la propria dignità, l’indipendenza. È proprio attraverso l’accettazione di me stessa nella mia diversità di donna, di disabile e di straniera in Irlanda che ho imparato a capire che il mio diritto di sentirmi PERSONA va oltre la mia necessità di vedermi riconosciuti gli stessi diritti di cui godono gli altri. Come disabile i miei diritti sono diversi da quelli di una persona con totale integrita’ fisica; come donna i miei diritti devono essere diversi da quelli di un uomo perché le esigenze fisiche e psicologiche sono diverse; come italiana all’estero ho diritti diversi da un’irlandese o da un italiano in patria; ma la diversità dei diritti individuali trova ragione d’esistere solo nel totale rispetto dei diritti fondamentali, nella consapevolezza che siamo tutti ugualmente esseri umani.
Per raggiungere questa consapevolezza è necessario che cambi il nostro modo di pensare, di percepire ciò che è apparentemente diverso da noi.

“L’istruzione è l’arma più potente che si possa utilizzare per cambiare il mondo” (Nelson Mandela).
È educando dunque adulti e bambini, sensibilizzandoli sui diritti umani, sul significato delle parole umanità ed accettazione che possiamo abbattere le barriere tra i bambini in classe, tra persone di paesi diversi, tra uomini e donne, tra ricchi e poveri, tra persone disabili e non disabili…sono il rispetto e l’accettazione dell’altro che ci aiuteranno a considerarci gli uni e gli altri come esseri umani con uguali diritti. Questo strumento si rivela un’arma potente.

Nella mia esperienza con l’ONG Children’s Relief Fund, che opera nelle Filippine, uno degli obiettivi principali dei due centri di accoglienza per bambini di strada, fin dalla loro istituzione è stato quello di portare avanti progetti educativi e di formazione non solo per ridare speranza a centinaia di bambini, ma anche per promuovere una cultura basata sulla tolleranza e sul rispetto degli altri.

Penso che l’educazione possa essere la chiave di volta anche in Occidente, dove spesso è considerato un diritto già acquisito e consolidato. E’ vero però che i Paesi europei mostrano enormi differenze tra loro nella gestione delle pari opportunità.
L’Irlanda, ad esempio, che è il Paese dove vivo, si è classificata nel 2010 al sesto posto nella classifica mondiale “Gender Gap” del World Economic Forum, grazie soprattutto alla lungimirante politica di investimento nel settore educativo. Tuttavia il sistema politico sociale irlandese ha fortemente penalizzato la donna in quanto madre lavoratrice poichè le donne lavoratrici non possono usufruire di strutture pubbliche di supporto.

A circa un secolo dai primi movimenti organizzati per la “liberazione della donna” e per la conquista dei diritti economici, sociali e politici resta ancora molta strada da fare perché i diritti delle donne e delle minoranze siano universalmente riconosciuti. Malgrado ciò notevoli passi avanti sono stati fatti verso l’accettazione della donna nella sua diversità.

Mi piace pensare che in un futuro non troppo lontano le donne africane siano libere di scegliere chi amare e di denunciare i loro infibulatori; che le donne saudite possano sedere in parlamento e camminare per strada mostrando i loro occhi con orgoglio; che le donne italiane capiscano che l’emancipazione è poter decidere budget e diritti piuttosto che accettare compromessi basati sull’aspetto fisico e su scorciatoie degradanti; che tutte le donne del mondo possano essere madri e lavoratrici serene, che nessuna donna debba più aver paura di essere donna.


Da sei anni non vivo piu’ nel mio paese, lontana dunque dagli affetti e amici di sempre.
Quando si è all’estero forse questa è la cosa piu’ difficile da viversi, soprattutto in certi momenti.
E ‘ probailmente per questo che il regalo piu’ bello di questo mio viaggio oltre frontiera restano i tanti incontri fatti in questi anni con uomini e donne come me in fuga da qualcosa o meglio in cerca di nuovo : nuovi modi di vedersi, di sentire, di pensare . Oggi vorrei parlare delle donne che ho incrociato in questi anni, tutte magnifiche. Senza di loro le mie scoperte non avrebbero avuto lo stesso sapore.
E allora le ringrazio tutte, una ad una, le ringrazio per esserci state e per avere condiviso con me, tra tante parole, un pezzo di strada.
E parlando di loro penso al saggio di Hannah Arendt «L’umanità in tempi bui »(1) in cui la filosofa parla dell’amicizia. Essa dice che siamo portati spesso a vedere nell’ amicizia un fenomeno di intimità dimenticandoci cosí la sua rilevanza politica che si manifesta nel discorso, nel dialogo tra esseri umani.
La Arendt ricorda come nei tempi bui «in cui è forte la tentazione, di fronte a una realtà apparentemente insopportabile, di abbandonare il mondo e il suo spazio pubblico per un’esistenza interiore», l’incessante dialogo degli uomini e delle donne sulle cose del mondo diventi un antidoto alla disumanità. « Noi umanizziamo cio’ che viene nel mondo e in noi stessi solo parlandone e, in questo parlare, impariamo a diventare umani »(2).

Veronica
(1) Raffaello Cortina Editore
(2)« L’umanità in tempi bui » P. 85-86.

La festa delle donne

di Carla Gagliardini
Il giorno 8 marzo di qualche anno fa mi trovavo ad assistere ad un’udienza di separazione. All’epoca svolgevo la mia pratica legale per divenire avvocato. In aula erano presenti marito e moglie, i loro difensori, il giudice (donna) ed io.

L’udienza aveva i connotati di una commedia teatrale perche’ la moglie sembrava recitasse un melodramma. Il giudice cercava di richiamarla alla serieta’ quando improvvisamente qualcuno faceva notare che l’udienza si stava tenendo nel giorno della Festa delle Donne. Le donne presenti nella stanza, ad eccezione della sottoscritta, facevano sfoggio di modernita’ dicendo che la Festa delle Donne era qualcosa di vecchio, da mettere nel dimenticatoio perche’ non faceva altro che sottolineare un’inferiorita’ delle donne che invece doveva essere combattuta. Insomma, la festa delle “poverine”. Il giudice (donna) proponeva quindi di celebrare anche una giornata come festa degli uomini.

Io seduta al fondo della stanza sorridevo per l’ignoranza e mi irritavo per la stupidita’. Prendendo un po’ di coraggio facevo notare che la Festa delle Donne aveva un valore politico e sociale che pochi conoscevano ma che era ed e’ importante ricordare.

Fu Rosa Luxemburg a proporne la celebrazione per ricordare le operai della Cotton, vittime del rogo appiccato dal loro datore di lavoro nel 1908 a New York come reazione allo sciopero che le operaie avevano imposto per rivendicare migliori condizioni lavorative. Una strage.

Alle mie parole segui’ il silenzio e si valuto’, giustamente, di continuare con l’udienza.

Chissa’ se quelle altre tre donne presenti in udienza da quella giornata hanno imparato un pezzo importante della storia dell’umanita’ e del cammino faticoso delle donne verso il raggiungimento di certi traguardi che per gli uomini, ancora oggi, sono dati per scontati?

Ci sarebbe da scrivere un’enciclopedia sulla storia delle donne, del loro coraggio, della loro determinazione, ma anche delle loro paure, dei soprusi che hanno subito e subiscono, dei loro silenzi.

Vorrei raccontarvi la storia di una ragazzina di appena 18 anni che pochi anni fa ha bussato alla porta dell’organizzazione per la quale lavoro in Inghilterra chiedendo di essere aiutata a prevenire lo sfratto che le era gia’ stato notificato. Questa ragazzina si e’ rivolta a me su suggerimento di sua madre, che a sua volta aiutavo. La madre le aveva detto: “prendi un appuntamento con Carla, e’ una brava ragazza e ti puo’ aiutare”. A volte si creano dei rapporti di simpatia con le persone che aiuto nel mio lavoro e certamente il rapporto che si era costruito con quella madre era uno di quelli. Cosi’ mi sono ritrovata questa giovane donna di appena 18 anni e gia’ madre di un bambino di 8 mesi. Una ragazza madre il cui compagno aveva levato le tende all’annuncio della gravidanza. Una ragazzina che non aveva ancora esplorato nulla della vita. Tuttavia era stata chiamata dalle responsabilita’ del suo ruolo a crescere in fretta per poter dare una vita dignitosa a suo figlio. Ho provato ad aiutarla ma non sono riuscita a fare molto perche’ lei voleva essere libera, voleva godersi i suoi 18 anni e non certo assumersi la responsabilita’ di crescere un figlio. Cosi’ un giorno ha lasciato la sua citta’ e se ne e’ andata a vivere a Londra. Il suo bambino lo ha parcheggiato dalla madre, che, pero’, aveva altri pensieri. Sua madre, infatti, stava facendo una terapia per uscire dal tunnel dell’alcolismo e non poteva permettersi di fallire altrimenti avrebbe perso la potesta’ genitoriale sul figlio piu’ piccolo. Lo sfratto che avevo cercato di evitare e’ diventato ovviamente esecutivo e la giovane ha perso la casa.
Mesi dopo sua madre non si presento’ ad un appuntamento che avevamo fissato. L’ho chiamata e ho scoperto che la sua vita e quella di sua figlia si erano di nuovo trasformate in un inferno perche’ la figlia era tornata a casa dalla madre e una sera, di ritorno da una serata con gli amici, era stata aggredita e violentata. Una storia triste.

Una storia molto triste, di degrado e di marginalizzazione. Una storia comune a tante donne giovani e meno giovani che non hanno la possibilita’ di riscattare la loro vita ma che vengono affondate e annientate da una societa’ troppo veloce e troppo distratta. Un destino segnato sin dall’infanzia da quelle istituzioni che non riescono o non sono interessate a creare le condizioni necessarie affinche’ chi proviene da esperienze familiari e sociali difficili possa avere il diritto a riscattare la propria vita da quella condizione.

A quelle donne vorrei dedicare il mio pensiero di oggi nel celebrare la Festa delle Donne e vorrei che sapessero che esiste una parte della societa’ che non e’ cosi’ distratta e che, a modo proprio, conduce ogni giorno la battaglia per la dignita’ e il rispetto delle donne e dei loro diritti e in generale per la dignita’ e i diritti di tutti gli essere umani.

Buona Festa delle Donne a TUTTE!


Un giorno ero diversa,
un giorno ero cieca,
un giorno ero un’aliena,
un giorno il mio sorriso era pazzia e la mia solarita’ incoscienza;
ora vedo che posso sorridere ed essere ricambiata,
vedo che sono amata e considerata,
accolta in una terra straniera piu’ che nella mia stessa terra.
Ora non sono disabile, non sono una donna incosciente, ma sono
semplicemente una persona. Genny


Omaggio ad Argentina Altobelli
di Monica Bedana

In un blog scaturito da un moto del cuore in appoggio ad un sindacato che non patteggia la dignità dei lavoratori ed in questo giorno dedicato a tutte le donne, mi fa piacere ricordare la poderosa figura di una donna unica nel panorama europeo del sindacalismo e della politica tra Ottocento e Novecento: Argentina Bonetti Altobelli.

A quasi settant’anni dalla sua scomparsa, mentre vediamo il nostro territorio alle prese con la globalizzazione, la crisi energetica, l’emergenza climatica e quella economica; constatiamo quotidianamente l’inadeguatezza del Governo dinanzi a tali congiunture; ci sembra irraggiungibile un patto sociale che possa risparmiare all’Italia un ritorno al feudalesimo; come donne, la nostra dignità è vilipendiata quasi quotidianamente dalle parole e dagli atti del nostro primo ministro… in un momento storico come questo è necessario più che mai tenere vivo il ricordo di chi, come Argentina, fondò il sindacato dei lavoratori agricoli e fu pioniera nella lotta per l’emancipazione delle donne.

Nel 1901, a Bologna, con il decisivo contributo di Argentina fu fondata la Federterra, prima organizzazione sindacale agricola in Italia. La Altobelli fu segretaria nazionale della Federterra dal 1905 al 1922; fu inoltre dirigente socialista con Turati e la Kuliscioff (senza peraltro risparmiare critiche feroci ai massimalisti del partito, atteggiamento che probabilmente le costò l’oblío in cui sono cadute la sua opera e la sua figura) e si adoperò con energia per la creazione della Cassa Nazionale Infortuni, gettando cosí le basi dell’Inps. La sua opera ci riporta alle origini rurali del movimento socialista nel nostro Paese, al radicamento del sindacato nelle campagne dove ancora imperava il latifondo, alle lotte per il miglioramento dei salari, delle condizioni di lavoro, degli orari ma, soprattutto, di una forte strutturazione del collocamento, vera strategia di Federterra e “la salvaguardia di ogni conquista”, secondo la stessa Altobelli.
Tuttavia preferisco ricordarla, più che per la sua straordinaria attività sindacale e politica (di palpitante attualità, a mio avviso) per quella profonda convinzione che fosse inconcepibile avanzare sulla via delle conquiste sociali e politiche senza coinvolgere le donne in questa lotta, anzi, senza farne il perno.

Più di cent’anni fa Argentina reclamava per le donne del mondo rurale la difesa dei diritti civili, il diritto all’istruzione, alla casa, ai servizi sociali per loro e per i loro figli; lottò per garantire agli emigranti italiani tutela ed accordi sindacali nei paesi di accoglienza, dagli Stati Uniti all’Argentina (e come italiana all’estero ciò non può che ammirarmi); si impegnò addirittura per ottenere a quell’epoca una legge che permettesse il divorzio… oggi invece, secondo l’ultimo Report del Weforum, apprendiamo con tristezza che le condizioni di vita della donna italiana peggiorano nel tempo e che il divario di genere nel 2010 collocava l’Italia al 74º posto su 134 paesi presi in considerazione. Divario di genere significa meno opportunità di accesso al mondo del lavoro (in Italia, meno di una donna su due lavora fuori casa), a quello dell’ istruzione, meno tutela sanitaria, meno peso nelle istituzioni, nella politica, nell’economia. Eppure è la donna a far da scudo contro gli effetti devastanti che la crisi economica mondiale provoca sulle famiglie; il lavoro di casa pesa quasi esclusivamente su di lei, cosí come i figli, che non riescono a rendersi indipendenti a causa della precarietà del lavoro, o gli anziani, sempre più spesso accuditi in casa per insufficienza di strutture adeguate od impossibilità di affrontarne la spesa da parte delle famiglie.

Dovremmo rispolverarlo, lo spirito di Argentina. Perché il suo modo di fare politica e sindacalismo fu sinonimo di sviluppo civile e culturale, indicò la via per le grandi conquiste sociali del secondo dopoguerra ed ora le stiamo perdendo, come donne e come cittadini, tutti.

Figli o non figli, è davvero questo il problema ?

di Veronica
Collalti
Il 2010 è stato un’anno « fertile » per molte delle mie amiche italiane. Dopo una lunga attesa, non sempre voluta, molte di loro hanno deciso di vivere questa esperienza. Tutte over trenta si sono dette sicuramente « O ora o mai piu ».
Quello che forse non tutte sapevano era che questa scelta non è piu’ in Italia cosi’ scontata.
Nessuna di loro ha infatti avuto la maternità. Ma come è possibile ? La maternità non è un diritto ?
Documentandomi un po’ ho scoperto che in Italia il 43% delle donne con meno di 40 anni e il 55% di quelle sotto i 30 (1), se decidono di avere un figlio non accedono alla maternità non rientrando tra le categorie tutelate dalla legge 53/2000.
Per capire come si è potuti arrivare a questo punto basti pensare che la legislazione sulla maternità vigente nel nostro paese è stata ideata negli anni 70 (2) pensando a un mercato del lavoro tradizionale, quello centrato sul lavoro dipendente e a tempo indeterminato.
Oggi giorno con la precarizzazione del lavoro la maggioranza delle giovani madri non rientra piu’ nei vecchi criteri.
Il problema del diritto alla maternità è a dire il vero solo l’inizio di una vera odissea o meglio di un vero « travaglio » per le coraggiose neo-mamme italiane, amiche comprese.
Basti infatti pensare che in Italia il numero di asili nido è tra i più bassi d’Europa e che il rapporto tra posti asilo e numero di bambini nella fascia di età 0-3 anni è inferiore al 15% (3) contro circa il 50% in Danimarca e il 35-40% in Svezia e Francia.
E’ forse per questo motivo che alla nascita del primo figlio, un’italiana su cinque è costretta a lasciare il lavoro per accudire la famiglia. E se neglia ltri paesi europei l’occupazione femminile aumenta con l’età dei figli in Italia questo non succede.
Non c’è dunque da stupirsi che il 77% dei compiti domestici e famigliari sia ancora a carico delle donne e che quasi tutti gli anziani (83%) siano accuditi da un membro femminile della famiglia.(4)
Risultato in Italia non solo abbiamo il tasso di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa, ma anche quello di fertilità.
Il legame stretto tra mancanza di politiche sociali e il calo della fertilità delle donne italiane risulta ancora piu’ evidente prendendo ad esempio due regioni estreme, la Campania e l’Emilia Romagna, (la prima ha un tasso di occupazione femminile del 27,3 per cento, la seconda del 62,1 per cento), in 15 anni in Campania si è passati da un numero medio di 1,51 figli per donna a 1,42, mentre in Emilia Romagna nello stesso periodo si è passati da 0,97 a 1,48.
Prova del fatto che alla lunga le politiche di sostegno all’occupazione femminile, a cominciare dagli asili nido, producono effetti positivi anche sotto il profilo della natalità.
La situazione è destinata a peggiorare notevolemente nei prossimi anni se si pensa che oggi per supplire alle mancanze del servizio pubblico si ricorre alla solidarietà intergenerazionale, ma cosa succederà quando a causa dell’aumento dell’età pensionabile questo esercito di nonne tuttofare non potrà piu’ aiutare figlie e nipoti ? Chi le aiuterà ? chi ci aiuterà ?

(1) Dati Istat.
(2) Legge fu quella sulla maternità del 1971 che estese la tutela della maternità alle lavoratrici dipendenti.
(3) I servizi per l’infanzia, che si rivolgono ai bambini sotto i tre anni, a livello nazionale fanno tuttora riferimento
alla legge 1044 del 1971, che istituiva il servizio asilo nido comunale.La copertura era pari al 6% prima del piano
straordinario per gli asili nido varato dal ministro Rosy Bindi (Piano di sviluppo del sistema dei servizi socio-
educativi per la prima infanzia, 2007)
(4) Pensare l’impossibile di Anais Ginori, P. 109

Per un’emancipazione maschile

di Irene Zampieron

Per il prossimo 8 marzo, una riflessione mi sta molto cuore.
È la questione dell’emancipazione maschile. Sembrerebbe questa una questione deviante dalla significato della festa delle donne, è invece, a mio parere, centrale e profondamente intrecciata alla più conosciuta e chiacchierata emancipazione femminile; cercherò qui di mostrarne le ragioni.
Se alle conquiste formali da parte dei movimenti femministi e delle donne in generale, dal diritto al voto alla legalizzazione dell’aborto alla fondazione delle pari opportunità, non ha corrisposto una reale evoluzione culturale è perché il modello patriarcale non è stato mai in verità messo in crisi.
Malgrado le intenzioni e i manifesti dei movimenti femministi degli anni ’60 e ’70, il modello che storicamente ha preso piede è quello di un’emulazione delle ambizioni maschili e dei comportamenti derivanti: priorità della carriera e dell’ascesa sociale, conseguente riconoscimento personale nell’ambito della riuscita sociale da un lato, grande competizione e tendenza all’esclusione o umiliazione del più debole dall’altro.
È avvenuto uno sdoppiamento nel modello di donna, da un lato l’emulazione del ruolo dell’uomo voluta emancipante, dall’altra la sottomissione al modello secolare, ora divenuto iper-marcato e iper-provocante della donna oggetto. Le degenerazioni dell’immagine della donna come oggetto sessuale e estetico di cui le produzioni televisive, italiane soprattutto, e della moda in generale sono frutto e non hanno nulla di nuovo rispetto a questa secolare inclinazione che potremmo riassumere nell’idea della Donna come oggetto e simbolo del desiderio.
Nella nostra contemporaneità sembrerebbe che tale adeguamento e umiliazione della donna a un modello storicamente determinato venga considerato dalle donne e dalla società come frutto di una libera scelta. Conseguenza questa della indiscussa presa di coscienza che il secolo XX ha fatto della presenza e rilevanza intellettuale e politica, cognitiva e fisica della donna. Senza mettere in discussione alcuna la nozione di libero arbitrio dell’essere umano, femmina o maschio che sia, mi sembra che tale considerazione sia semplicistica e se vogliamo riduttiva rispetto alla portata della cultura dominante che l’impianto dei mass-media amplifica a dismisura, e che la sottocultura di massa porta in sé. Fin qui nulla di nuovo. Proprio nulla di nuovo nella continuità liberalista e neo, di un sistema in cui la competizione feroce e la logica del vincente determinano sempre più le azioni e il modello di sviluppo di ogni individuo, l’unico cammino – apparente – verso la riuscita sociale. Siamo sempre e ancora di fronte a un problema culturale. E un problema che non riguarda solo una parte della società, ma la società tutta e di tutti i generi.
L’idea profondamente rivoluzionaria del movimento femminista, per come almeno lo leggo io, era di creare una nuova forma di società in cui il potere – istituzionale e individuale – e i suoi ruoli venivano ripensati in modo non gerarchico, non prevaricante e in cui le relazioni interpersonali e umane avrebbero preso la centralità e rilevanza necessaria alla convivenza non solo civile ma armoniosa delle donne e degli uomini; se queste utopiche premesse sono vere, allora tali rivendicazioni dovrebbero appartenere a tutti gli individui, uomini e donne, che della società vogliono far altro che un luogo di competizione d’eredità hobbesiana.
Il modello dell’uomo per come secolarmente è stato vissuto, ancora permea e plasma a sua immagine il funzionamento delle istituzioni e delle relazioni, soprattutto se professionali. Il mito della forza è ancora lungi dall’essere superato. Come la timidezza, la (iper)sensibilità è tacciata sempre più di handicap e quasi malattia sociale, soprattutto se rispetto a un uomo: in uno schema ancora marcatamente sessista l’imperio delle emozioni o semplicemente la presa di coscienza d’individuali fragilità, se alla donna sono in qualche modo permesse (privilegio del sesso debole) , l’uomo viene ancora subitamente imputato – forse implicitamente, ma non per questo meno perentoriamente – di inadeguatezza e eccentricità, di scomoda bizzarria per l’equilibrio che sottende il dictat capitalista del lavora-consuma-crepa. Come ci mostra Zigmunt Bauman, la società contemporanea si sviluppa su una cultura dei rifiuti, degli scarti degli oggetti come delle persone di troppo: questo permette il perpetuarsi dell’incessante produzioni di novità materiali o culturali che siano, rendendo in verità solo “permanenti gli scarti” privati di un qualsiasi valore e significato.
Se non l’unica, una causa è sicuramente nella supremazia del modello di fredda razionalità, di calcolo e opportunismo, di riuscita economica e professionale come metro di valutazione della riuscita individuale – dio della società contemporanea, post-femminista, post-diritti dell’uomo, post-politicamente corretto. La grande conquista è che la donna può partecipare in modo più o meno egalitario (le disparità salariali continuano a essere evidenti) a tale scalata socio-economica. La grande sconfitta è che il peso della struttura individualistica e di lotta del più forte, è sulla sua pelle come su quella del suo compagno.
La mia idea di fondo è molto semplice, per cominciare a porre rimedio all’attuale società atomizzata, per creare una reale alternativa di società, l’emancipazione non può essere escludente.
La faccia più imbarazzante e sfacciata del problema: il corpo delle donne come viatico pubblicitario, come merce di scambio, privato di qualsiasi valore che non sia prettamente di richiamo sessuale è un’umiliazione per ambo i sessi. Per le donne per l’estraneità e il ribrezzo delle proprie forme familiari esposte alla mercificazione senza sensibilità né sensualità alcuna, per gli uomini per i costanti richiami all’eccitazione sessuale, alla loro parte meno razionale e più intima. È questo un attacco frontale e violento all’intimità, immaginativa e fisica di noi tutti. Un ricatto alla speciale bellezza di ogni donna costretta quotidianamente a confrontarsi con perfezioni e forme di plastica e alla libertà dell’immaginazione e della scoperta dell’uomo divenuto schiavo, lui pure, di un’immagine di plastica che nulla ha della bellezza reale.
Per riconquistare la dignità e un’idea di futuro, il cammino è di uomini e donne è sempre più enlacé.

Dopo tutti questi anni di lontananza, ho ancora la pancia regolata sul fuso orario di Padova. E non solo quella. Fosse per me, a letto con le galline e sveglia all’alba col gallo, quando ancora “non sono state stese le strade”, come dicono qui. Ma come si fa a pranzare quasi alle tre del pomeriggio e cenare dopo le dieci di sera, non è umano… E cosí, tutti i giorni, a mezzogiorno e mezzo, presa da disperazione mi tuffo in un cappuccino doppio e azzanno una brioche, nel tentativo di sopravvivere fino al mezzogiorno spagnolo. Nel frattempo leggo che gli uomini spagnoli si occupano delle faccende domestiche 80 minuti di più di quelli italiani in una settimana (80 minuti sono tanti, cazzarola!), vedo una foto di Silvio che si fruga in bocca per mostrarci che gli manca un dente (mi mancava solo di vedergli le gengive, a quest’uomo!Mi fa quasi passar la fame) e chiama pure mia suocera. Mi chiede “che fai?”
”mangio”,
“a quest’ora?”
“sí, non resisto e tu che fai?”
“sto cuocendo la pasta per metterla in tavola quando arriveranno gli altri, verso le due e mezza”
“a quest’ora?”. Non c’è verso. Né per me, né per lei.
Monica

La donna-merce ed il capitalismo

di Nicola Melloni
Parlare della condizione femminile nel 2011 non è semplice. Il bunga-bunga, le veline, le letterine ci danno un panorama dell’Italia a dir poco inquietante e ha portato oltre un milione di donne (e di uomini) in piazza a protestare contro questo scempio. Ma il problema non si ferma a questo dato culturale, seppur rivoltante. All’inizio della seconda decade del nuovo millennio esiste ancora una questione femminile che va oltre Berlusconi. Una questione di genere, di cultura, di opportunità ma che, a mio parere, parte principalmente dalla condizione materiale. Proprio per questo, a volte qualche numero può parlare delle donne più di tanti discorsi. E allora vediam cosa vuol dire essere donna nel 2010 intorno al mondo, e cominciamo a dire che le donne soffrono molto più degli uomini nelle situazioni di povertà. A livello globale, ogni minuto una donna muore per complicazioni legate alla gravidanza o al parto, pari a circa 500 mila all’anno – ed il 99 percento di queste morti avviene nel Sud del mondo. Nell’Africa Sub-Sahariana una donna su 22 muore per problemi di questo tipo,
una su 7 in Niger, mentre in Svezia si parla di una su 17,400. Una bambina nata in un paese in
via di sviluppo ha il dieci percento in più di possibilità di un bambino di non finire i cicliscolastici obbligatori. In Cina molte bambine vengono uccise alla nascita come conseguenza indiretta della politica “un figlio per coppia”. Le famiglie contadine continuano a volere un figlio maschio ed il risultato è che a tutt’oggi in Cina ci sono oltre 30 milioni di uomini che non potranno trovare una compagna.

La situazione è molto migliore in Europa e nel mondo occidentale, dove le donne hanno un livello di scolarità superiore agli uomini e dove, a partire dagli anni ’50, la quota di partecipazione femminile alla forza lavoro è aumentata in maniera decisa. Tutto bene, dunque? In realtà, non proprio. Le donne partecipano di più alla creazione del reddito nazionale, ma vengono comunque trattate come lavoratori di serie B. Negli Stati Uniti le donne guadagno in media il 75 percento di quello che guadagano gli uomini, un divario che si sta allargando e non riducendo nell’ultima decade. In Europa il gap salariale è del 17.5 percento. L’Italia ha un gap salariale molto inferiore, attorno al 5 percento
secondo i dati della EU, ma il dato positivo nasconde in realtà un problema molto grave, e cioè che la partecipazione delle donne alla forza lavoro è molto più bassa che nel resto d’Europa: solo il 53 percento delle donne sono impegnate nel mercato del lavoro contro il 74 percento degli uomini – le possibilità di guadagno sono strozzate in fieri, escludendo le donne dal lavoro. Inoltre la crisi economica, anche nel mondo occidentale, colpisce le donne in maniera sproporzionata, e quasi tutti i paesi europei hanno effettuato tagli ai programmi di maternità per cercare di contenere il deficit.

La situazione è ancora peggiore per quel che riguarda l’accesso delle donne a posizioni di comando, avendo solo un quarto delle possibilità di un uomo di essere elette in parlamento. Certo nei paesi Nordici le donne che siedono negli organi legislativi sono oltre il quaranta percento, ma nel resto d’Europa appena il venti, in Africa il diciannove, in Asia il diciotto.

Questi crudi numeri cosa ci dicono? Che le donne, nel 2011, vengono sfruttate, che sono ancora lontane, lontanissime dalla parità. Che certo, la condizione delle donne è migliorata, nel mondo occidentale nell’ultimo mezzo secolo, ma anche in questo caso si tratta di fare una analisi più accurata. Fino ad un paio di decadi fa la condizione femminile è migliorata sia in termini assoluti che relativi, riducendo il gap che le separa dagli uomini. Ma questo gap ultimamente ha ricominciato ad allargarsi. E’ un dato che non è soprendente. Il capitalismo senza freni degli ultimi decenni sta riproponendo livelli di diseguaglianza che sembravano appartenere al passato e sono i più deboli a soffrirne di più, soprattutto le donne. Una parte sostanziale dei problemi delle donne è dunque legata al modello di sfruttamento capitalista, che le tiene in povertà nel sud del mondo, che le tratta come cittadine di serie B nei paesi ricchi, un modello di sfruttamento che basa la sua ragion d’essere sulla diseguaglianza. La messa in discussione di questo sistema è il passo fondamentale per la vera
emancipazione femminile.


Per finanziare i miei studi astratti, sono diventata portinaia del palazzo di studenti dove vivo. Stamattina giorno di pulizia. È sempre un gran giorno.
Così mi sono alzata, ho messo su un vecchio disco di Mina, e bevendo il caffé sono scesa nei panni delle sue magnifiche donne. Qualche decina di minuti dopo, canticchiando a mezza voce, sorridevo alla me stessa in abito a fiori armata solo d’aspirapolvere e malinconia vecchio stile.
Irene


Nel nome del padre: un’Italia da decolonizzare

di Francesca Congiu

Era sincero Silvio Berlusconi quando diceva che per lui Karima El Mahroug era senz’altro la
nipote di Muhammad Hosni Mubarak. Né di fronte alla sua etica, la sua formazione, i modelli
socio-culturali che ne attraversano la carriera lavorativa e politica, è paradossale credere
che per il Presidente del Consiglio intrattenere rapporti sessuali con una ragazza di 17, 18,
25 anni sia un fatto normale, lecito. Nella sua visione antropologicamente chiara dei rapporti
fra i sessi e dei ruoli dei rispettivi, non può che essere auspicabile e soddisfacente per una
donna concedersi al capo (o comunque ad un uomo potente), così come auspicabile deve
essere per una donna bearsi del suo corpo reificato, reso accessibile e passivo oggetto di
desiderio. E, come unica contropartita, soddisfarsi di un guardaroba firmato, un portagioie
zeppo di bigiotteria (più o meno a buon mercato), un alloggio e una macchina per spostarsi
e “fare presenza” nelle strade trafficate di una città, per andare al mercato di se stesse o una
manciata di minuti di televisione, più o meno da svestite (che suggellino, nel segno del corpo, una carriera impostata e giocata sul corpo).
Per coerenza mi dico, e provocatoriamente, Silvio Berlusconi, che è padre di famiglia,
dovrebbe trovare altrettanto normale che una delle sue figlie possa voler ricambiare il favore, almeno come gemellaggio simbolico, con un altro Capo di Stato.
Se così non è, se questa normalità non appare tanto immediata, si pone un altro problema
(qualora non lo fosse già, ragionando per paradosso, quanto finora dato per regolare e
incontestabile).


È qui che si solleva il velo dell’ipocrisia di quanti credono non si debba “mettere il naso” nella vita privata di un cittadino, anche o per il fatto che questi sia il più importante uomo politico del Paese; è qui che si rende esplicito l’abuso del potere, anche se le garanzie del nostro
sistema giudiziario ammettono l’innocenza fino a prova contraria; è qui, nella sua modalità
di essere padre che si manifesta il grado di attitudine di un cittadino a governare un Paese
che si vuole fondato sull’uguaglianza e la libertà. La sua attitudine cioè a diventare, volenti o
nolenti, un “padre della patria” (locuzione di cui si sente e si legge molto in questi tempi di
celebrazioni e ricorrenze).

Molte parole si sono spese sullo scaltro sistema mediatico berlusconiano, sulla sua capacità di
infiltrarsi in quella intercapedine socio-culturale di circa un trentennio fa (“paving the road”
per la sua discesa in campo degli anni ’90) , sull’abilità cioè di travasare una vecchia etica in
una nuova estetica. Michela Murgia (nel suo blog, 26 febbraio 2011) descrive bene come e da
chi è stata occupata quella bolla di vuoto nell’immaginario femminile, fra la donna-soggetto
degli anni settanta («modello che mi era arrivato distorto e impraticabile») e la donna-oggetto degli anni ottanta: «Altre donne risolsero la contraddizione facendosi protagoniste della
libertà di restare graziosi oggetti. In nome di quella libertà non fu facile discutere la loro
scelta; sembrava persino sensato affermarsi mutando in arma quello che fino a quel momento
era stato un campo di battaglia degli interessi altrui».

Attraverso le parole della Murgia, ma anche attraverso quelle di Elisabetta Rasy (Il Sole
24ore, 6 marzo 2011) filtra la fondamentale contestazione del falso mito dell’uso disinvolto
del corpo, sbandierato con troppa ingenuità dalla recente “beffa” delle due radicali Annalisa
Chirico e Annarita Di Giorgio, per cui «le fanciulle ospitate da Silviuccio erano pienamente
consapevoli e libere di utilizzare il proprio corpo come volevano» (Libero, 2 febbraio
2011). Ciò che a ben vedere è sfuggito alle due radicali è che questa condotta ammantata
di libertà è in realtà frutto del grande fraintendimento alimentato dai modelli dominanti: il
successo sociale e politico, l’empowerment come finalità, da raggiungersi a tappe intermedie, gradualmente marcando quei micro-obiettivi (di esposizione del corpo) che sono diventati l’unico cursus honorum dell’ascesa sociale (identificazione e riconoscibilità) delle donne italiane. Chi sceglie un’altra strada, chi si vuole identificare con un lavoro che derivi dalla professionalizzazione, dallo studio, dal confronto col mondo vero (non con i sotterranei delle ville di Berlusconi), o vive da reietto o deve lasciare il suo Paese.

Dove si misura il fallimento e l’insufficienza della condotta pubblico/privata di Berlusconi
per la vita dei cittadini e delle cittadine italiane è proprio nel difetto di emancipazione che la sua azione ha rappresentato e continua a rappresentare. Emancipazione, cioè, come libertà di scegliere la propria forma di successo e di realizzazione. Il portato più evidente è infatti una logica della sottomissione, oserei dire della colonizzazione, l’esternalizzazione del principio repressivo di ogni potere totalitario che si manifesta col disprezzo, abilmente mascherato, nei confronti di chi si ritiene inferiore.

Potremmo applicare alla condotta di Berlusconi ciò che il critico Homi K. Bhabha scrisse sulla
menzogna del colonialismo e la sua capacità di persuadere e anestetizzare le popolazioni
con operazioni di facciata (embellishments), proposte come missioni di civilizzazione (di emancipazione) da una condizione di minorità sociale, economica, morale (la missione civilizzatrice del colonizzatore sul colonizzato).

Smascherare questa subliminale, ma percepibile (ancora agli occhi di chi la vede) concezione
denigratoria della donna italiana e non smettere di mostrare questa contraddizione, significa
lavorare per la libertà dell’Italia tutta, perché quel modello di colonizzazione perpetrato su
una componente del corpo sociale singolarizzata e isolata dal punto di vista del genere, è solo
una delle manifestazioni dello stesso principio su altre categorie.

Per non sottomettersi ai micro-obiettivi di cui l’empowerment ha necessità, bisogna ripartire dalle finalità, avere cioè chiaro in mente quale orizzonte di senso, morale, civile, etico si
vuole raggiungere e, se necessario, battersi per ripristinarlo. Perché si sono mescolate le
carte e gli anti-modelli comportamentali hanno imposto obiettivi alla rovescia, che non
conducono più alla capacità critica, alla consapevolezza del proprio posto nel mondo, al
sapersi orientare nel mondo stesso. Le risultanti, i comportamenti, sia verbali che non verbali
(alla base della stessa didattica scolastica, che forse il mondo politico dovrebbe riconsiderare
con attenzione), sono le uniche manifestazioni osservabili dell’apprendimento e ci dicono
quanto quest’apprendimento abbia aiutato a raggiungere l’autonomia, la libertà di giudizio,
l’autodeterminazione. Oggi il quadro è desolante.

Smascherare il progetto “coloniale” dietro il trattamento del soggetto femminile, significa
smentire che l’unico modello di vita possibile e auspicabile sia quello dominante, concesso
a patto di perdere di vista il proprio orizzonte di senso, introiettando un pattern di successo,
che, quand’anche condiviso, sarebbe simile, ma attenzione, non proprio uguale, a quello di
chi ne è dispensatore. Perché il colonizzatore concede la possibilità di un’approssimazione,
anche una vicinanza intima alle volte, ma sempre “al servizio”, cioè avvalorando quella
differenza che è il principio della sottomissione e dell’ inferiorità, quella ripetizione di segni
culturali che emergono come differenti, come mutazioni, («rather than the real thing», ancora Bhabha) e che fanno del colonizzato, del subalterno, il segno per cui il “quasi lo stesso” viene riconosciuto come «not quite» cioè come «inappropriate».

Il nostro compito di donne e di uomini, cittadini di uno Stato che garantisca libertà e
uguaglianza è quello di non cedere alla paura o al sospetto di essere “fuori della realtà”,
disposti solo a rincorrere utopie o irraggiungibili ribaltamenti del “così va il mondo”.
Ricordando i vari Gobetti, Bauer, Rosselli, Gramsci, Arturo Colombo diceva che, al contrario,
più il mondo appare nelle mani dei violenti, dei rozzi, degli intolleranti, più si rafforza il
bisogno, o meglio il dovere, di vivere “come se”, come se si fosse in un mondo conforme ai
propri ideali, perché in ciascuno si radica la convinzione di una sorta di “necessità storica”,
di una “svolta”, e di una “sfida”. È il non far venire mai meno la fiducia di possedere un idem
de republica sentire
, qualcosa che assomiglia a quanto aveva scritto Croce circa la mai spenta necessità di «persuadersi che non si è soli».

In questo mondo i subalterni accettano di rimanere tali, per il tramite di un consenso carpito
senza sforzo, sotto il fuoco di fila di una propaganda di fini e scopi lontani dal concetto
di “vera emancipazione”. Il vocabolario della sottomissione (“La neolingua di Arcore”,
come l’ha definita Filippo Ceccarelli su Repubblica del 19 gennaio 2011), quella koinè che
le intercettazioni telefoniche sul “caso Ruby” ci hanno rivelato, fotografa un mondo senza
libertà, spaventosamente ridotto alle sue esigenze primarie («se non c’è lui io non mangio»,
dicono le ragazze). Si tratta di un allucinante gergo della prevaricazione, tragicamente
tipico e collaudato dalle pratiche quotidiane di un “lessico familiare” che niente ha a che
spartire con quell’altro, ben diverso, Lessico famigliare con cui Natalia Ginzburg rileggeva
in retrospettiva, criticamente e amorevolmente, la lingua della sua formazione, della sua
crescita. Anch’essa era significativamente incardinata, ma lontanissima dalla maniera di Ruby,
su una fondamentale, mai dimenticata e mirabile lingua del padre.

Buon otto marzo a tutti
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